domenica 29 marzo 2015

Abbiamo portato il Sole.

Poi niente.
Ti tocca alzare bandiera bianca.
Così impegnati in ragionamenti su quello che non va, su cosa si potrebbe fare di meglio, su come il mondo che cambia imponga anche alla cara vecchia Azione Cattolica di cambiare... a volte non ci accorgiamo della bellezza, bellezza vera, bellezza gigantesca e sconvolgente che è questo fare famiglia dentro la Chiesa. Questo sostenerci insieme, nella gioia, nel cammino verso lo stesso Cristo.
Tessere, slogan, metodo, principi. Parole, che qui si fanno vita, sorrisi. Arrendersi di fronte alla luce più abbagliante.
Un pomeriggio per dimenticarsi di tutto, e per capire che forse - ma dico, forse - la bellezza che "illumina" il nostro essere associazione già c'è. Il quadro non va ridipinto. Va semplicemente visto, goduto, ammirato.
Un pomeriggio per stringere mani, dare abbracci, un po' anche per stare male, vedendo quante amicizie e relazioni sono nate negli anni dentro questa famiglia con la consapevolezza che non sempre c'è stato il tempo (e l'energia) per coltivarle come avrebbero meritato.
Tanti i pensieri che vengono fuori, così, alla rinfusa. "E se sorridessimo sempre, come oggi?" "E se ci divertissimo sempre, come oggi?" "E se fossimo sempre, come oggi?". Ma adesso non è il tempo per pensare. E' il tempo per far decantare questa meraviglia. Per farci scaldare da questo Sole che abbiamo portato in Piazza delle Erbe e che ci siamo, poi, portati a casa.

sabato 28 marzo 2015

Il diritto di fare gli scemi

Ne vogliamo parlare seriamente?
Scene di questo tipo ne avrò viste a decine ai miei tempi.
Di fronte alla cronaca che scorre, di fronte a un mondo che ci bombarda di violenze, stragi e attacchi alla dignità dell'uomo, i ragazzini delle medie hanno solo una risposta: il gioco, la presa in giro, la dissimulazione. Ho fatto le medie con la guerra in Kosovo in atto: i caccia americani partivano da pochi chilometri di distanza per bombardare Milosevic e compari. Ricordo battute, ricordo ricostruzioni fantasiose di "cosa facciamo se la guerra arriva da noi"? Non parliamo poi dell'11 settembre, dei canti parodistici da Domenica delle Palme in cui "Osanna Figlio di David" diventa "Osama figlio di...". Nessuno di noi è diventato terrorista, guerrafondaio, militante di qualche forma di estremismo o malato mentale.
I ragazzini delle medie, finché non passano al bullismo, alla sopraffazione, alla cattiveria capace di distruggere l'esistenza ai loro coetanei, hanno il sacrosanto diritto di essere un po' scemi.
Di che stiamo parlando?
Ah sì: ecco di cosa stiamo parlando.
Dei telefonini. Una scenetta ridicola, stupida, ma confinata in una stanzina fatta da due pirla e vista da altri due pirla restava lì. Ora, con un giro di whatsapp raggiunge migliaia di persone. Travalica confini e distrugge reputazioni. Crea "casi di studio" per psicologi, tuttologi e opinionisti.
Alle superiori, in un'ora di educazione fisica, giocavo con altri compagni a squash, prendendo a pallonate un muro esterno del Tito Livio. Erano i tempi del "Caso Scafroglia", con "I Fascisti su Marte" di Guzzanti. Da 16enne scemo qual ero, attorniato da altri tre-quattro 16enni scemi, mi divertivo a fare la "cronaca fascista" di quell'esibizione in perfetto stile Guzzanti. Ricordo solo le risate. Nient'altro. Ci fosse stato uno smartphone, forse, non ne avrei un ricordo così sereno. Anzi, forse, magari con le "giuste" condanne e le "giuste" segnalazioni sarei potuto essere punito o sospeso. Una macchia che - forse - avrebbe potuto condizionare molto in negativo una persona come me.
Il problema dunque non è la "stupidità" insita nel tredicenne. Ma il jpeg che la immortala per sempre, condannando il suo autore a portarsi attaccato in fronte, per lungo tempo, quel singolo atto. Non più "chi sei" ma il "che cosa hai fatto".
Stiamoci attenti. E prima di condannare questi "bomber" prepubescenti, ricordate che cosa avete fatto voi, alle medie.

domenica 15 febbraio 2015

Vi prego, non chiamiamolo più "Festival della Canzone Italiana"



"Ti lascio una canzone" è indubbiamente il più grande obbrobrio della Tv Italiana, peggio dei reality, dei soft-porn, di tutte le boiate che ci hanno propinato in questi vent'anni.
E' un programmino che sa di recita scolastica andata a male, con un tocco morboso tipico di chi fa cantare canzoni amorose ed erotiche a bimbi e bimbe di otto anni. Ebbene, i prodotti di questa cloaca televisiva hanno vinto il Festival di Sanremo.
Ed è un peccato, perché l'edizione targata Carlo Conti non era manco malaccio, soprattutto per i meriti del suo conduttore. In un panorama di buone, se non ottime canzoni, il pezzo de "Il Volo" è un'accozzaglia di esercizio canoro che fonde Claudio Villa ai ritmi sempre uguali del pop latino sudamericano. Parole vuote, che non comunicano il senso della canzone né ci tengono a farlo: "Amoreeee, Amooreeee". E basta.
Il nulla. Se avesse vinto questo Festival Platinette sarei stato cento volte più contento, perché quella di Coruzzi è una canzone. Quella de "Il Volo" è una esibizioncina da karaoke del venerdì sera.
Pensavamo di avere toccato il fondo con Scanu e Carta. E invece no, perché dopo il fondo si può addirittura scavare. E quando scavi il fondo raggiungi l'inferno, dove domina il vero Satana della tv italiana: Antonella Clerici, la tele-massaia simbolo dell'Italia colloquiale priva di ogni benché minima traccia di talento che si crogiola nella sua mediocrità e palese incapacità.
Facciamoci un favore: non chiamiamolo più "Festival della Canzone Italiana". I Vecchioni stanno diventando un'eccezione. Chiamiamolo "Festival dei reality di mediolandia".

sabato 7 febbraio 2015

Vuoto e nulla

Simpatici i dibattiti sulla cosmologia e la cosmogonia.
Ma c'è un grande equivoco di fondo, specie dopo le ultime scoperte, tra vuoto e nulla, che ben si rispecchiano nella nostra vita interiore.
Il nulla è il non essere, che non può essere. Non c'è, non esiste.
Il vuoto, invece, è un'assenza provvisoria, un'assenza che reclama il suo non essere perché vuole essere. E sarà. E fa di tutto perché sia.
Il nulla non ferisce, il nulla anestetizza. Il vuoto fa un male boia, perché grida, ruggisce, deve essere riempito.
La realtà è che dobbiamo fuggire il nulla e cullare il nostro vuoto, a costo di ferirci, anche se in alcuni frangenti la tentazione del nulla si fa sentire.


domenica 1 febbraio 2015

Gli occhiali di Dio

Gli occhiali di Dio

Volgeva al termine il convegno internazionale dell’occhialeria.
Per cinque giorni mega-industriali del settore, stilisti, medici, inventori e rappresentanti sindacali avevano ascoltato le prolusioni dei massimi esperti mondiali nel campo dell’occhiale. Il mercato delle lenti a contatto, concorrente per tutti indigesto, per la soddisfazione generale sembrava essere entrato in una crisi davvero irreversibile, mentre le montature alla moda prodotte in particolar modo in Italia riscuotevano un successo senza precedenti. La nota stonata era che era impossibile, in quella fase, alzare i prezzi per aumentare i ricavi: i clienti non l’avrebbero accettato.
Ogni anno il convegno veniva ospitato presso la sede di una diversa multinazionale, in una sorta di accordo a rotazione che faceva tutti contenenti. Quell’anno toccava alla mega produttrice di occhiali che ha sede nelle valli delle Dolomiti bellunesi. Ma se così tanta gente, da tutto il mondo, aveva deciso si abbarbicarsi a millecento metri d’altezza per sopportare ore e ore di rapporti, slides e presentazioni, lo aveva fatto per un motivo semplice: le conclusioni del convegno sarebbero state tratte da uno dei più grandi maestri della storia della produzione degli occhiali.
Di lui si sapeva poco: aveva sicuramente più di 80 anni, forse quasi 90, ed era ormai quasi completamente cieco. Dopo una vita tra le università di tutto il mondo per insegnare e studiare i segreti dell’ottica, si era ritirato in una baita isolata al centro di un’ampia valle, dove, forse per sincera passione, forse per non rassegnarsi a morire, con i suoi pochi vecchi strumenti, continuava a costruire montature per occhiali. Le più belle al mondo. La multinazionale, che le acquistava a caro prezzo, le riservava solo a multimilionari, teste coronate e piloti di Formula 1.
«L’occhio umano è un vero miracolo. Per molti è la dimostrazione del “disegno intelligente” nell’evoluzione, una chiara impronta di Dio nella creazione perché ci accorgessimo di Lui. È vero, secondo voi?». Iniziò, curvo su sé stesso, quasi sputando sul microfono del lussuosissimo centro congressi. Era ovviamente una domanda retorica. Tutti annuirono. Qualcuno arrivò ad applaudire sbracciandosi facendo tintinnare il suo rolex.
«Sbagliato!», li sgridò con forza. «Il nostro occhio è un’autentica schifezza, capace di filtrare solo un briciolo, un infinitesimo della realtà che ci circonda. Lo spettro che vediamo comprende onde luminose che vanno dai 390 ai 700 nanometri. Se consideriamo tutte le frequenze, le onde, e i fenomeni che avvengono in natura, quello che i nostri poveri e ciechi oggi riescono a scorgere non è che una pagina, un indice, di un’opera infinita».
La platea era impietrita. Solo il mega-patron della multinazionale, in prima fila, gongolava tra sé e sé.
«La nostra vocazione – continuò il vecchio, sempre chino su sé stesso, guardando il tavolino di plexiglass che aveva sotto di sé – è quella di ridare la vista a chi non vede. Mi dispiace signori, ma dopo settant’anni di questo mestiere ho capito che noi non siamo all’altezza di questo compito». La sua voce tradiva l’amarezza di una vita.
«Possiamo solo restituire le poche diottrie che malattie, piccole malformazioni o la semplice vecchiaia tolgono alle persone. Il fatto è che se parliamo di vista, tutti noi siamo pressoché ciechi. Non potremo mai far vedere ai nostri clienti la realtà che li circonda com’è davvero. Perché la osservino, per una volta, con la chiarezza con cui la vede il Creatore».
Si pulì gli occhiali spessi a collo di bottiglia, si soffiò il naso, e riprese a parlare.
«Mi domando spesso quante diottrie abbia il Creatore. Se ci limitiamo al mondo fisico potrei azzardare qualche decina di milioni, soprattutto se confrontate con le nostre misere dieci. Ma se ci espandiamo al mondo spirituale, direi che le sue diottrie possano rientrare nell’ordine di qualche centinaia di miliardi».
In fondo alla sala congressi un giovane oculista norvegese, che ascoltava con un paio di cuffie la traduzione simultanea, osò ridere rumorosamente, ma fu fulminato dagli sguardi di chi lo circondava.
«Ebbene… Il Creatore ha una visione della realtà totalmente diversa dalla nostra. Vi ricordate il mito della Caverna di Platone? Qualcosa del genere. Però noi non siamo delle ombre di idee eterne, assolute e immutabili».
«Siamo noi quelle idee eterne, assolute e immutabili». E sbatté la sua mano rugosa con forza sul plexiglass, tanto che qualcuno pensò si fosse scheggiato. «Se solo vedessimo la realtà con gli occhi del Creatore… Se solo potessimo vederci con gli occhi del Creatore…». Sbuffò.
Rimase in silenzio qualche istante, poi riprese: «Fortunatamente, non siamo sempre limitati dalle nostre misere diottrie. Altrimenti saremmo come gli animali, o le piante. No, no. Il Creatore ogni tanto ci fa trovare sul naso, quasi per magia – o per miracolo – degli occhiali di sua fabbricazione. Sì, sì, sento in fondo voi là che ridete… Ma avete avuto anche voi, sicuramente, in alcuni momenti della vostra vita, la prova di quello che vi sto dicendo».
«A volte ci vuole un po’ perché questi occhiali – come quelli che produciamo noi – ingranino davvero. Perché mettano a fuoco l’oggetto. Con questi occhiali speciali, il cui brevetto è tenuto segreto dal Creatore, sarete in grado di vedere una piccola parte di realtà – una passione, un’idea, un paesaggio o una persona – per quello che è davvero. Solo che questa passione, quest’idea, questo paesaggio o questa persona non la scegliete voi. Il Creatore ha calibrato questi occhiali perché filtrino solo una piccolissima parte della realtà, perché se no la nostra testa esploderebbe. E li ha dotati di un potenziale di ingrandimento minimo, perché altrimenti sarebbe il nostro cuore ad esplodere».
«Quando qualcosa conquista completamente la vostra attenzione, quando un ideale vi spinge a compiere azioni e imprese che non avreste mai immaginato, quando vedete negli occhi di un’altra persona un oceano di bellezza… non sono illusioni. È così che sono realmente».
Tossì più volte, si schiarì la voce, mentre tra il pubblico era piombato un silenzio maestoso.
«Non sempre le passioni danno frutti positivi. Non sempre gli ideali fanno conseguire glorie e trionfi. E non sempre i grandi amori vengono ricambiati… Tanti giovani ottici mi hanno domandato se non sia meglio togliersi quegli occhiali, che il Creatore a volte ci mette con forza se non addirittura con violenza. Perché – lo so bene io che vedo il sole sorgere ogni mattina – troppa luce fa male. Troppa luce può accecarci…».
«Sì. È possibile», continuò, «possiamo, anche se a fatica, toglierci questi occhiali speciali. Ma ne vale davvero la pena?».
Si alzò, sorridendo per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare: «Il mio consiglio è semplice. Mai, mai avere paura della luce. Anche quando fa male. Anche quando vi acceca. Fuggite il buio. Anche quando vi consola. Anche quando sarete tentati di nascondervi in esso».

E prima di tornarsene nella sua baita, si lascio sfuggire: «Dicono che un falegname con milioni di miliardi di diottrie, qualche anno fa, vide così chiaramente il mondo che si decise a salvarlo…».

martedì 13 gennaio 2015

Provvidenza. Il perché di una strada.


Devo una spiegazione a chi in queste ore mi vede esplodere di contentezza.
Febbraio 2002. Un ragazzino timido e introverso, dotato però di quintali di fantasia, dopo mesi di tentennamento e paure ataviche decide di rompere le scatole al papà per avere un computer nuovo dotato di accesso ad Internet. Questo ragazzino va benino a scuola, ma non è un mostro come il compagno di banco Paolo Fania. Fa il catechista, attività che gli piace molto, ma non osa diventare anche animatore ACR perché teme il contatto con i coetanei, considerati troppo "chiassosi e casinari". Il futuro per lui è un'incognita. "Alle medie dicevano che avrei potuto fare l'avvocato perché parlo tanto". Si ripete. E allora? Giurisprudenza? Scienze Politiche? Altre idee nebulose da seguire? Forse. Ma nessuna di esse è colorata di quel verde speranza che connota ogni sogno degno di tal nome.
Quel ragazzo teme Internet. Ha paura di diventarne dipendente, e che il tempo sottratto agli studi lo renderà un fallito, perché tutti lo sanno: un 5 in un'interrogazione di filosofia in prima liceo (classico) non solo ti impedirà l'accesso all'Università, ma ogni ipotesi di felicità futura. Ma alla fine i videogiochi on line descritti sempre da tal Fania vincono ogni resistenza e quel PC arriva. Internet non funziona per un mese abbondante. Poi parte, magicamente, la domenica delle palme del 2002.
E quel ragazzo non peggiora il suo rendimento scolastico, semplicemente, inizia a scoprire il mondo filtrato dal modem. Prima il web era una "toccata e fuga" dal laboratorio del Liceo Classico Tito Livio(come non ricordare il sito della WWF quando ancora si chiamava così). Ora c'erano i tempi dell'approfondimento.
All'epoca funzionano i newsgroup. La gente, per non tenere il telefono occupato ore e soprattutto per non spendere tonnellate di nuovi euro (ex-vecchie lire) in bollette, navigava con outlook. Scaricava tonnellate di mail e poi chiudeva tutto.
Il ragazzo adora gli anime, i cartoni animati giapponesi. Soprattutto Ranma, trasmesso dalle Tv locali. La storia di un giovane maestro di arti marziali che diventa donna se si bagna con l'acqua fredda. Una storia comica, demenziale, imperdibile se hai 16 anni.
Il giovane del Tito Livio, che ricordiamo, è anche molto sovrappeso, si imbatte in un archivio di fanfiction. Storie comiche, demenziali, che collegano i personaggi dei cartoni ai protagonisti dello sport, della politica, dell'attualità, generando ore e ore di divertimento e di fantasia. Il ragazzo è colpito soprattutto da un autore, il primo e il più importante. Dalla mail capisce che è dell'Università di Padova, come tre quarti dei giovani del Nordest, e che ha scritto a metà degli anni '90. Il suo stile lo colpisce. Ricorda Benni, ma non è Benni. Crea situazioni fantastiche, geniali, satiriche e allo stesso tempo umoristiche oltre ogni misura. Quell'autore lo conquista non solo perché è il migliore, ma perché non si pone limiti. I personaggi si incontrano tra loro, mondi diversissimi vengono a cozzare. Impazzisce per la commistione di generi e di situazioni. E allora, il 5 maggio 2002, allietato dalle lacrime di Ronaldo che decretano lo scudetto per la sua Juve, inizia a digitare tasti a casaccio. Lo farà per tutta l'estate. E questo ragazzo dà vita a mondi paralleli.
I primi file di testo (Word no, Word troppa confusione) ricalcano la punteggiatura e lo stile di questo autore. Ci sono errori giganteschi, enormi, di ortografia, oltre che di grammatica. Il lessico è un disastro, povero come il Ministro del Tesoro greco. Ma migliora, giorno dopo giorno. Il ragazzo, che ha sudato un'estate in palestra perdendo una quindicina di chili, quando torna a scuola è un altro. Inizia a prendere qualche 9 nei temi d'italiano, quando prima prendeva solo qualche 6. "Fa" si scrive senza apostrofo. Il congiuntivo non è una malattia dell'occhio ma un modo verbale. E così via.
Ma il cambiamento più grande è nella testa. Capisce che forse ha trovato qualcosa che gli piace davvero. Scrivere. E questo gli dà sicurezza in ogni campo della sua vita.
Nel novembre 2002 il suo professore di italiano, consegnandogli un tema satirico valutato con un 9, gli mette una mano sulla spalla e prorompe: "Sicuramente ti farai strada in questo campo". La rotta viene tracciata. E resterà quella.
Certo: tempeste, disastri, naufragi si susseguono. Ma non ci sono dubbi sulla scelta del percorso di studi. Non ci sono dubbi, per quel ragazzo, sul fatto che pigiare tasti su una tastiera sia la cosa più bella del mondo. Aspettare le reazioni. Gradire un complimento e arrabbiarsi per una critica ritenuta - forse troppo - ingiustificata. Spingersi con la fantasia creando scenari assurdi e proprio per quello unici, anche nel commentare qualcosa di così banale da far venire il latte alla ginocchia.
Non sa per chi scriverà. Sa che scriverà. Romanzi, articoli, storie, interviste, comunicati stampa, testi per trasmissioni radiofoniche, sms, newsletter, tweet. Basta dar vita alle parole. Il suo animo cattolico lo porta in una certa direzione, mediatica-comunicativa, che non tradisce in alcun modo quella spinta fantasiosa. Anzi. Il ragazzo si pente di non aver messo abbastanza passione e sogno in quella sua voglia di creare, come il Padre nella Genesi, abbastanza mondi dal nulla di una schermata bianca.
L'autore misterioso, il motore immobile che ha dato il via a questa deprecabile serie di eventi, resta tale per 15 anni. Il ragazzo, specie all'inizio, prova a contattarlo per mail, ma riceve in cambio solo messaggi di errore. Poi se ne dimentica, anche se ogni giorno segue il moto innescato da quel motore. Se nel frattempo, in California, un ragazzotto ebreo non avesse creato il Moloch dal quale state leggendo questa storiella, probabilmente tutto sarebbe finito qui. E invece no.
Perché nel gennaio 2015, il ragazzo, che aveva già avuto in passato alcuni sospetti, chiede su Facebook l'amicizia a un signore dal nome inequivocabile che trova per caso.
E' uno del posto. Abita a pochissima distanza da lui. Uno sceneggiatore che scrive un film non si inventerebbe mai un colpo di scena così incredibile, per l'appunto, non credibile. Perché in un paese di 60 milioni di abitanti è statisticamente impossibile che un nome anonimo da internet che senza volerlo ha indirizzato nel verso giusto la tua vita appartenga ad uno del tuo paesello, che conta per lo più poche migliaia di abitanti. E invece questo avviene. Mi presento. Forse il signore nemmeno ci crede. Probabilmente i ricordi di quelle storielle sono più annebbiati per lui che per il ragazzo, ormai alle soglie dei 30 anni. Ma si dichiara sorpreso e incuriosito, anche perché forse per lui quelle storielle erano un divertissement simpatico e una pietra miliare dell'esistenza. Inutile fare dei complimenti: il ragazzo si limita a dire grazie. Un grazie al signore, fantastico autore di fanfiction degli anni '90, e un grazie alla Provvidenza, che dalle piccolissime cose ti mette sempre nella strada giusta, a volte pure prendendoci un po' in giro.

lunedì 18 agosto 2014

Santiago - storia di un'esperienza senza logica ma non senza senso



Il cammino di Santiago è una boiata pazzesca.
Sul serio. Ve lo dice uno che l'ha fatto due volte. Gli ultimi centoquindici chilometri, almeno.
La prima volta nel 2004. Caldo secco sahariano, dolore a un polpaccio, overdose di antidolorifici e sguardi colmi di disapprovazione da parte della gente, futuro sindaco compreso, che mi hanno costretto a rinunciare ad alcune tappe, percorrendole in pullman come l'ultimo dei vigliacchi.
La seconda volta pochi giorni fa, a dieci anni esatti di distanza. Nonostante una pletora di vesciche in luoghi del piede che non pensavo neppure di avere ho portato a termine la missione, guadagnandoci - seppur per poche frazioni di secondo - qualche grammo di autostima.
Il cammino di Santiago resta comunque una boiata pazzesca.
Innanzitutto la location: Galizia. Una terra dimenticata da Dio, fatta di collinette secche come i biscotti per i diabetici, in cui tra saliscendi e borghetti tristi e uggiosi si alternano per tutto l'anno due condizioni climatiche: il sole secco e bastardo e la pioggia da monsone vietnamita. L'architettura locale è ferma al 1100: e non parliamo di castelli imperiosi, ma di pezzacci di malta e mattoni tirati su, quasi per dispetto, come in una parodia del romanico.
Ci sono poi ovviamente i fattori soggettivi: per un norvegese o un uzbeko Santiago può rappresentare il massimo della vita. Ma per un italiano, per giunta un padovano come me, è come andarsi a vedere una partita di serie D dopo aver visto la finale di Champions. San Giacomo è un santo rispettabile, eppure, nessuna persona sana di mente si farebbe 800 chilometri a piedi (per i pigri come me 115) per raggiungere la sua tomba, quando in cinque minuti di bicicletta raggiungo senza una goccia di sudore San Luca Evangelista, sant'Antonio di Padova, san Gregorio Barbarigo e qualche altro centinaio di ossa di gente che ora si gusta il paradiso nel settore extra-lusso.
Solo una settimana prima di Santiago ero con le bestie che chiamo giovanissimi a Roma. Lì il confronto - sia per l'arte, che per l'architettura, che per il quantitativo di sacre ossa martiri ivi depositate - diventa davvero imbarazzante.
E poi, diciamocelo chiaramente, la formula del pellegrinaggio a piedi. Andava benissimo quando l'unico mezzo di locomozione a disposizione dell'uomo medio erano i piedi, in tempi in cui il bollo per il cavallo o per l'asino costavano un occhio della testa. Ora è terribilmente agée. Un po' come se un soldato americano decidesse di andare ad ammazzare la gente in giro per il mondo non con i droni futuristici o gli M16, ma con uno schioppetto ad avancarica della guerra d'Indipendenza o con uno spadone inglese del 1200. Farsi 3000 chilometri in pullman per poi scendere e completare gli ultimi cento a piedi rasenta la follia, sinceramente. E' come se presentassi in redazione un articolo battuto con la macchina da scrivere, quella macchina che utilizzavo da bambino ma che ora invecchia in garage assieme all'enciclopedia "I Quindici" e alla bandiera celebrativa della Coppa dei Campioni del Milan del 1989.

Non c'è assolutamente alcun motivo al mondo per cui una persona sana di mente dovrebbe sacrificare le ferie e più di mezza millata di euro per fare il cammino di Santiago.

E' una lunga marcia di morte e di sofferenza per raggiungere una meta che non conosci e non sai perché vuoi raggiungere. All'inizio le cose ti sembrano facili. Poi le prime vesciche ti ricordano la miseria dei due puzzolenti strumenti con cui ti trasporti lungo la terra. Poi cedono i muscoli. Dopo alcuni giorni solo il dolore e la testardaggine ti tengono in vita e ti fanno camminare.

Quella testardaggine che ti fa vedere bella una fattoria della Galizia cento volte più triste della più triste delle nostre fattorie venete. Che ti fa trovare un senso e una poesia di fronte ai campi secchi e aridi. Che ti fa parlare per ore con una persona con cui mai, in condizioni normali, scambieresti una parola. Sia essa parte del tuo pullman, sia essa una tardona americana scema come una mela bacata, un giovane coreano che ti irride per l'arbitro Moreno a dodici anni di distanza o gente simpatica da Vicenza o da Udine. E allora il romanico ti pare persino bello. Perché quella durezza di quella pietra grezza, violenta, a tratti triste delle chiesette di campagna pare messa lì da secoli - e in effetti lo è - e pare durerà per sempre - e durerà davvero ti sembra delicata come un mosaico di Aquileia. Così quel tempietto isolato, dove un prete di 120 anni ti timbra con stanchezza la credenziale, quel triste passaporto da pellegrino macchiato d'inchiostro, sembra pulita come santa Giustina o ricca come sant'Antonio. Anche se le statue di terracotta paiono rubate da qualche giardino kitch e per terra, tra la polvere, si notano perfettamente le piste tracciate dai topi durante i loro gran premi.

Il dolore diventa amore. Un mantra che ti ripeti tipo Rocky mentre viene devastato dalle teghe di Apollo Creed. Quel corpo che annulli durante un anno di sbattacchiate feroci nonstop alla tastiera reclama la sua esistenza. Ti dice che ti può aiutare a portare a termine questa follia iniziata dalla testa, mentre il cuore ci mette il suo e butta tutto il suo carburante. Anche quello che pensavi di non avere mai avuto.

Ti scombussola i piani, Santiago. Parti solo con i cerotti per le vesciche sui talloni, quelle che hai sempre avuto, e le uniche - ripeto, le uniche - vesciche che non ti vengono fuori sono quelle ai talloni. Porti il materassino che pesa ma non ti serve. Pensi di alimentarti in un modo e invece devi modificare totalmente tutto, perché tra la teoria dei blog e delle guide e la pratica tua personale c'è un mondo di mezzo.

Il tempo bastardo fa i suoi giochi ma tu te ne freghi. E i chilometri, incisi sui segnastrada si susseguono incuranti lungo le viuzze. Le frecce gialle ti aiutano a spegnere il cervello, o quel che ne resta. Mentre i rantoli di fatica, gli sputacchi di stanchezza e le esalazioni di fiato tipo novantenne con l'enfisema diventano preghiera. Una preghiera rozza e sincera che dicono che da quelle parti funziona.

E così, dopo albergue spartani, bocadillos da quintale tanto sgraziati quanto buoni, colture batteriche che crescono gialle e rigogliose tra i cerotti e le vesciche, arrivi a Santiago. Ti aspetta quella cattedralona brutta fatta nel pieno del medioevo. La messa è animata da bambini stonati che sembra cantino male apposta come concorrenti di Corrado. Della messa in spagnolo capisci solo il Vangelo. Eppure sei arrivato. L'indulgenza su pergamena pesa in mano come una laurea. Non provi tante emozioni, se non il sapere di esserci. Di avercela fatta. E allora, tra stonature, oscillazioni del mega turibolo da venti tonnellate e gente disperata che si aggira come zombie dopo un mese e oltre di cammino - a differenza tua che ti sei fatto solo cinque giorni - inizi a parlare con Giacomo. Uno dei primi apostoli. Il primo a farsi ammazzare.

"Come stai?" Gli domandi. Hai poco da chiedergli. Del resto, non è stato un fenomeno sparamiracoli come Padre Pio, un sognatore come San Francesco, un dotto "cristoforo" come l'immigrato portoghese Antonio. Ma un apostolo anonimo che è morto subito. Sei vistosamente in imbarazzo. Ma lui ti risponde comunque. E' abituato alla gente come te. Ne ha visti a migliaia in più di un millennio. Ti parla. E ti fa capire che se è lì, se la gente l'ha voluto lì, così importante, così luminoso da dedicarci un'intera città è perché era così vicino a Gesù. Non ci sono tanti altri motivi.

E allora capisci che tutti i tuoi chilometri, le tue vesciche, i tuoi malfunzionamenti atavici che restano e ti accompagnano - e ti accompagneranno - lungo tutto il cammino, non erano rivolti verso san Giacomo, anonimo apostolo che compare più che altro per uno scaboroso tentativo di raccomandazione ante litteram. Ma verso il suo Capo. San Giacomo ti spiega che in fondo in fondo, tutta la nostra vita è un cammino verso di Lui. Il bello è che camminiamo verso di Lui anche quando non lo sappiamo. Anche quando, testardamente, pensiamo di fare la strada opposta per evitarlo. Ma Lui c'è, anche quando l'aridità, il silenzio, la freddezza arrivano a un punto tale che non ti fanno nemmeno più paura, qualche segno te lo dà comunque. Almeno per farti camminare fino a quando le luci non si rischiareranno di nuovo.

Un altro strappo di pullman e sei a Finis Terre. La fine del mondo, l'ultimo baluardo di dominio dell'uomo prima dell'Atlantico. Il gioco delle altezze, della prospettiva, l'odore impetuoso del mare rendono ancora più impetuoso e gigante l'Oceano. E ti spaventa come un titano della mitologia classica. La leggenda vuole che i medievali pensassero che oltre quell'orizzonte le navi sarebbero cadute nel vuoto: sai che è un falso storico, mentre i redneck americani della Flat Earth Society ne sono davvero convinti, ad oggi, 2014.

Ma poi il Sole - quello stesso sole che hai visto brillare ad Assisi, a Roma, ma banalmente anche oltre la siepe di casa tua ti scalda e riduce quella paura. E da formichina impaurita torni ad essere il centro della scena. Il centro dell'Universo. Anche solo per un istante. E capisci perché l'idiota di Di Caprio, di fronte all'Oceano, gridava di essere il "Re del Mondo". Che pezzente. Lui non se l'era conquistato camminando 115 chilometri. Non sa che cosa significa conquistarselo. E il bello che è non sei da solo. Anzi, non sei mai stato da solo, nonostante tutti gli sforzi consci ed inconsci per restarlo.

Al di là di tutto il cammino Santiago resta una boiata. Illogica, una faccenda da ridere. Come è illogico donarsi agli altri. Come è illogico sacrificare anni della propria vita per andare all'estero e magari morire di Ebola. Come è da imbecilli comportarsi onestamente e anzi farsi in quattro per il volontariato in una società di iene feroci. Come è illogico mantenere la parola data, scottarsi, anzi, ustionarsi perché di gioco se ne conosce solo uno, mentre il doppiogioco e il triplogioco per te sono solo traduzioni italiane di manovre difensive del giuoco del baseball. Come - diciamoci la verità - è illogico salvare il mondo morendo in croce. Ed è questa irrazionalità che ci ha salvato tutti, una domenica mattina di duemila anni fa. E' questa irrazionalità che fa ancora andare avanti il mondo.

L'importante è capirlo. L'irrazionalità non è mancanza di senso. Ma la presenza di un senso diverso rispetto a quello che dai per scontato, sicuro, in cassaforte. Rispetto ai tuoi piani. Persino della definizione che hai di te stesso.

E forse proprio i 115 chilometri più inutili della mia vita si riveleranno i più importanti.
O forse no, forse tutto resterà come prima, ma è bello pensarla così.

sabato 5 luglio 2014

Oh the humanity



Pomodori modificati geneticamente perché siano più nutrienti, mais reso in laboratorio immune a determinati parassiti, tecnologie che, se sviluppate e controllate, potrebbero - alla lunga - cancellare per sempre le criticità alimentari. Crociate, panico, divieti.

Caccia alla balena, estinzioni di massa, disastri nelle foreste equatoriali. Indignazione - giustissima. Battaglie - condivisibilissime. Campagne - da sostenere.

Bambini costruiti in provetta, ragazze povere costrette dalla miseria a portare in pancia prodotti biologici e non figli, la vita nascente oggetto da comprare e vendere. A nessuno sembra interessare. Anzi. "La foto che commuove il web", ci bombardano i social media.

Penso invece che ci dovrebbe commuovere il fatto che un'umanità è diventata merce di altra umanità. L'Homo Faber Fortunae Suae è diventato Homo Faber Hominis, o meglio ancora Homo Faber Homunculorum.

Non è tanto la cultura cristiana a venir messa in discussione da questa possibile svolta drammatica (drammatica, ma pur sempre svolta) della storia dell'uomo. Perché la cultura e la civiltà cristiana vedono nell'uomo un figlio di Dio in ogni circostanza e in ogni caso. Ma è paradossalmente la cultura illuminista, quella sorta nei fieri vagiti della rivoluzione francese. "Gli uomini nascono e restano liberi ed uguali nei diritti", diceva la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. "Tutti gli uomini sono nati liberi e uguali, in dignità e diritti, e, essendo dotati dalla natura di ragione e coscienza, devono comportarsi reciprocamente come fratelli", recita invece la dichiarazione americana degli stessi anni.

Nella procreazione generativa c'è libertà. Da essa nasce un altro individuo libero.

Nell'adozione c'è la scelta, libera e consapevole, di amare. Una scelta generativa.

Nella "fabbricazione" di bambini non c'è libertà. Ci sono dei clienti (coppie eterosessuali, coppie omosessuali, singoli, gruppi), ci sono dei fornitori di servizi (le cliniche private), ci sono delle prestatrici d'opera (le madri surrogate, che siano singole ragazze sole dei paesi civilizzati o donne tenute a "batteria" in pulitissime cliniche thailandesi o indonesiane). E ci sono dei prodotti.

Come può essere "libero e uguale" un tavolo rispetto al falegname che l'ha assemblato? O peggio ancora, come può essere "nato uguale nei diritti" un tavolo nei confronti di chi l'ha ordinato su misura, l'ha pagato, l'ha comprato, lo ha portato a casa?

Può una madre essere ridotta a "banco di lavoro"?

Di fronte allo sguardo perso della madre surrogata della foto che gira in questi giorni svaniscono, bruciate tra le fiamme del nulla, cento anni di battaglie per la tutela della dignità e dei diritti delle donne. Il femminismo è morto. Quarant'anni fa si gridava "l'utero è mio". Ora si sussurra "ti vendo l'utero". Domani cosa si dirà, in quest'economia in cui le donne guadagnano ancora la metà degli uomini, pur lavorando di più e meglio? Cosa si affermerà in questa società dove le donne per sopravvivere sono costrette ad assumere i lati peggiori del comportamento maschile? Non bastano le quote rosa: ci vuole una società rosa, dove i valori femminili della custodia, della generatività, della tenerezza e della forza si impongano come virtù universali.

Anche dietro a parti naturali e adozioni si possono nascondere storie tragiche, dove amore e libertà non esistono (stupri, abusi, violenze). Ma questo non può nascondere che dietro il - sottile - velo di modernità, di sentimenti artificiosi da copertina, di immagini ad effetto si nascondono le macerie di un'umanità che ormai si è convinta di essere anch'essa una casualità del cosmo, un prodotto come tanti, da archiviare nella dispensa dell'universo tra i cavolfiori e le lumache.

mercoledì 22 gennaio 2014

L'Economia in Rete - Storie di gratuità, storie di buone pratiche





Piuttosto orgoglioso, direi, questa sera.

Speriamo sia un ulteriore passo verso una maggiore presenza cristiana sul web.



Grazie a Fabio Bolzetta per la collaborazione e a don Paolo Padrini, Lorenzo Mastropietro e Michele Crudele per gli ottimi contenuti offerti a tutti!

mercoledì 25 dicembre 2013

Auguri a tutti!

Auguri a tutti!
Auguri a questo blog, rinato due mesi fa con tutti gli entusiasmi di questo mondo e morto nuovamente sotto una mole gigantesca di lavoro. E grazie a Dio che ogni tanto c'è.
Auguri a me, che me lo merito, anche se di "Attimi di Pace" non ne vedrò durante queste "vacanze" di Natale. Sottolineo le virgolette. E grazie a Dio.
Auguri alla natura che mi circonda, auguri alla pioggia che ci minaccia come sempre, come da suo hobby e auguri al dissesto idrogeologico sintomo superficiale di un dissesto interiore della civiltà italica.
Auguri ai terroristi de IlMeteo.it, secondo le cui previsioni dovrebbero esserci come minimo quattro alluvioni, tre terremoti e due invasioni aliene ogni sei mesi.
Auguri a Papa Francesco, che scalda i cuori e auguri a chi - come me - forse si stanno lasciando prendere un po' troppo dall'entusiasmo verso il leader carismatico e magari - per colpa unicamente loro - perdono di vista il Messaggio abbagliati dalla luce del Messaggero.
Auguri ai giovani "freschi" dell'Azione Cattolica di Roncaglia, totalmente diversi dai giovani "stagionati", che devono trovare - e forse già lo stanno trovando - un loro stile, di cui siano loro i padroni e gli artefici. Indipendenti e liberi come solo le belle notizie possono essere.
Auguri alla mia apprensione su tutto, che mi impedisce di godermi tutti i momenti lieti ma che mi ricorda costantemente le cose importanti della vita.
Auguri alle mie debolezze, che mi ricordano che sono umano.
Auguri al mio perfezionamento interiore, ai miei passi da gigante in più scacchiere dove si gioca la partita della vita, solamente a patto che non mi facciano sentire, nemmeno per un momento, migliore degli altri, povero di carità e dunque triste e depresso come il fratello maggiore della Parabola.
Auguri al mio lavoro, anche se più che di lavoro ormai si può parlare di cammino. Soprattutto da parte di uno che ha fatto il gravissimo ma sublime errore di confondere il lavoro con la vocazione, gli ideali con la professione, la missione con il mansionario. Ma è quel tragico e sublime disastro che ti fa serenamente svegliare alle sei e andare a letto all'una pur di lanciare un messaggio.
Auguri ai miei amici, che sempre più posso chiamare tali.
Auguri a quell'intuizione rimasta tale.
Auguri a Gesù, a cui mi rivolgo sempre troppo razionalmente, come l'ingegnere scemo che vorrebbe riassumere la bellezza di un rustico di campagna in due calcoli sulla stabilità strutturale dell'edificio.
Auguri agli animati/educati da cui ormai - da anni - si impara più di quello che si "insegni". Anche se il termine, in contesti di AC, grida vendetta al cospetto dei cieli.
Auguri ai fiocchi con cui abbiamo tappezzato Roncaglia per annunciare una nascita. Soprattutto a noi stessi. Soprattutto a me stesso. Sempre per il discorso dell'ingegnere di prima.
Auguri alla politica, perché la smetta di indorarci la pillola, e auguri all'Europa, ormai unica patria a cui mi sento di appartenere (oltre alla Santa Sede, ovviamente).
Auguri a tutti, perché tanto fra cento anni saremo tutti morti. Ma soprattutto auguri a tutti, perché fra cento anni saremo sì tutti morti ma non saremo morti davvero. Il bimbo di Betlemme non lascerà svanire di noi manco una lacrima, figuratevi il resto.

sabato 9 novembre 2013

O Europa o morte! A caldo, da Openfield.

Una festa di compleanno triste.

E' questa l'immagine che mi porto a casa da Openfield di oggi, e, in particolare, dalla tavola rotonda nella quale Pierluigi Castagnetti e il senatore Gabriele Albertini, entrambi con una lunga esperienza da parlamentari europei erano chiamati a tracciare un profilo dell'Europa di domani. E soprattutto come arrivarci.

Per festa di compleanno triste intendo quei mesti genetliaci di alcune persone, che invece di gioire per il futuro che hanno di fronte, si lamentano delle sfighe del presente e degli errori del passato. Le candeline sono la condanna di un tempo corso troppo in fretta che ricorda, senza pietà, tutte le cose non fatte, o peggio ancora, fatte male.

Non hanno detto nulla di sbagliato. Sognavo però di sognare, non solo di fare i
conti con le disgrazie del presente.

Ringrazio Castagnetti e Albertini per le precise indicazioni fornite. Li ringrazio per avere messo il dito nella piaga di un'Europa bloccata sul nascere, quando si doveva cominciare a giocare sul serio, a Nizza, nel 2000, dalla paura e dalla codardia dei capi di governo. Di un'Europa incapace di incidere, che ha sì una moneta unica da gestire ma che non ha un vero e proprio governo che detti una linea economica. Di un'Europa giocoforza germanocentrica dopo l'allargamento, in cui Frau Merkel aumenta di mese in mese la sua influenza come il bulletto in piena pubertà che diventa sempre più il terrore dei bimbi gracilini nei giardinetti pubblici.

Albertini e Castagnetti - ma soprattutto Castagnetti - hanno prefigurato stasera il disastro dell'Unione continentale in occasione delle prossime elezioni europee. Il rischio concreto è che gli anti-europeisti posino in gran numero le loro terga sugli scranni di Bruxelles. E che il sogno di Adenauer, Schuman e De Gasperi naufraghi definitivamente tra gli scogli delle scuregge e dei vaffanculo di Beppe Grillo e della faccia da mr. Bean di Nigel Farage, condannandoci, di fatto, alla marginalità in un mondo sempre più globalizzato, a farci fare il sederino a tarallo dalle economie emergenti dei BRICKS.

Quando ero bimbetto l'europeismo lo si costruiva anche con le canzoncine della Cristina d'Avena. Intrattenimento costruttivo. E adesso? Cliccate per sentire la voce della D'Avena quand'era ancora mezzosoprano e non contralto andante.

Il magone mi è sorto spontaneo come una domanda di Lubrano. Mi è passata, nel mare di mestizia, pure la voglia di farmi fare da Albertini un'imitazione personalizzata di Paolo VI come fa di solito a quei simpatici senzadio di Cruciani e Parenzo.

Se non mi sono dato fuoco in uno dei corridoi della Facoltà Teologica è soprattutto grazie alle parole di speranza udite da mons. Aldo Giordano, osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa uscente e nuovo nunzio apostolico in Venezuela, al posto di Parolin, come vescovo, entrante. Nel suo nuovo libro: "Un'altra Europa è possibile", sintetizzato per l'auditorio, ha delineato come la Chiesa può incontrare e risvegliare l'Europa proprio nel suo bisogno di Dio, sintetizzato nel "Dio è morto" di nietzschana memoria. Un'Europa che, dopo essere stata scombussolata dalla crisi come una vecchietta sulle montagne russe di Gardaland, ha perso la sua spocchia e la sua sboronaggine ed è di nuovo capace di ascoltare e di mettersi in ricerca, illuminata da un Dio che muore non solo figuratamente ma davvero. E risorge per noi, con noi.

Al suo confronto, Albertini, e in particolare Castagnetti, mi sono sembrati delle prefiche siciliane che si strappano i capelli (chiedo scusa all'ex sindaco di Milano per l'esempio infelice) dietro un carro funebre, trainato da splendidi cavalli, con dentro la cassa da morto contenente l'Europa.

Mons. Aldo Giordano. Personalmente, la mia scoperta di oggi.

Ripeto: li ringrazio per le loro parole. Loro hanno fatto la pars denstruens, io qui, delirando col mio stile da blogger giovine e aggressivo, propongo la pars construens. Che leggerò solo io, ma, che me ne cale?

Il buon Castagnetti ha individuato i due momenti di massimo splendore per l'europeismo nella fine della seconda guerra mondiale, con lo spirito di Ventotene, che portò al trattato di Roma, e nel crollo del muro di Berlino, con l'asse Kohl e Mitterand, che portò all'Euro. Due momenti critici, tremendi, in cui l'Europa ha fatto i conti davvero sul perché deve stare insieme, coi piedi nudi posati ancora sui cocci taglienti della follia nazista e comunista. Abbiamo davvero bisogno di superare una tragedia, un lutto, una disgrazia per unirci, volerci bene e capire che è fondamentale stare insieme? Cosa ci serve? Una pandemia? Un'apocalisse zombie? Un'invasione aliena?

No, ma, seriamente, ve lo immaginate un Indipendence Day con Barroso che fa
il celebre discorso del presidente Whitmore? L'unico in Europa con il carisma
necessario per farlo è vestito di bianco ed è, formalmente, di nazionalità argentina.

La proposta la faccio io: rendiamo il superamento di questa tremenda crisi il rito di iniziazione, il mito fondativo della nuova Europa federale, degli Stati Uniti d'Europa. Facciamolo da cristiani, facciamolo insieme. Proponiamo una visione, un sogno, nel silenzio del cuore e nel frastuono delle parole vuote che stiamo attraversando. Noi cristiani ce l'abbiamo: è la stessa speranza che ci anima da duemila anni. "Se Cristo ha vinto la morte - ricordava, in un tripudio di gioia e di carisma pastorale, un meraviglioso mons. Giordano - ci aiuterà pure nella crisi economica, nella gestione dell'immigrazione e negli altri problemi che abbiamo come Europa".

Io sono ottimista, testardamente ottimista, dannatamente ottimista: anche se la tergona non coitabile e qualche mesto politicante riuscirà a farci disinnamorare dell'Europa, anche se da giugno gli euroscettici non solo dovessero ottenere un bel risultato, ma addirittura divenir preponderanti, e dovremmo assistere ai movimenti intestinali di quello che faceva la pubblicità dello yogurt Yomo anche a Strasburgo, l'Europa non finirà. Non torneremo a stampare le lire, ad esibire il passaporto a Ventimiglia o a sparacchiarci in una trincea sulla linea Maginot per il controllo delle miniere dell'Alsazia e della Lorena.

L'Europa deve rilegittimarsi, ridarsi senso, anche quando le radici dei ricordi iniziano
ad asciugarsi dal sangue versato nelle due guerre mondiali. Non basta però
ricordare gli orrori prima dell'Europa unita e i 70 anni di pace che l'Unione ci ha regalato.
Bisogna, a mio avviso, trovare nuovi miti fondativi.
Perché l'Europa è un processo avviato, non si può fermare. Dovessimo attendere venti, trenta, quarant'anni, gli Stati Uniti d'Europa saranno realtà. Perché la storia va lì, in quella direzione, e non si può cambiare. Da Cesare a Carlo Magno, da Napoleone a Hitler, da Adenauer al professor Monti, l'idea di Europa (e le sue orrende deviazioni) non ci abbandona. E nel mondo dove le distanze sono ormai zero, per contare o siamo uniti o non ci siamo. O Europa o morte.

Forse abbiamo solo bisogno della visione politica di qualcuno capace di vedere due centimetri al di là del suo naso. Aspettiamo, ne varrà la pena.

Prima o poi, qualche politicante illuminato dalla scaltrezza e dallo Spirito con la S maiuscola si rialzerà dalla polvere e dalle macerie lasciate dai governi egoisti e dagli euroscettici di pancia. Un raggio di luce lo illuminerà ancor di più, e le speranze di tutti si riaccenderanno di colpo, fortissime, come destatesi da un sonno durato secoli, come l'alba che squarcia il buio orizzonte. Quel qualcuno non farà cose straordinarie. Sarà semplicemente, come Carlo V, come Shumann, come Kohl, come Prodi, come Mitterrand, l'ennesima pedina della storia, che, sotto dettatura, farà il suo compitino. Spalancandoci le porte del futuro.


P.S.

Se avete davvero compiuto l'impresa di arrivare alla fine di questo post, lasciatemi un commentino, grazie.

giovedì 7 novembre 2013

Segni di croce in motorino

Devono avermi davvero traumatizzato da bambino.

Nei primi anni di vita cosciente, infatti, ho interiorizzato gran parte dei contenuti relativi alla fede cristiana come norme da rispettare, preghiere da dire, gesti da fare. Il vero Vangelo l'ho conosciuto molto più tardi, nel silenzio della grotta sul Gave, nella sofferenza di Giovanni Paolo II, nelle parole di Benedetto sulla ricerca dei magi nella spianata di Marienfeld a Colonia, nell'infinita misericordia di chi supera di gran lunga con l'amore la nostra miseria.

Farisei d'annata, cristiani che se Cristo tornasse in terra fisicamente non lo
crocifiggerebbero più, dato che la crocifissione è passata di moda.
Si limiterebbero a fargli fare un giretto nella macchina del fango. 
Della vecchia religione legalistica e farisaica ho conservato però parecchio. L'ho fatto perché molte pratiche, una volta riorientate, sono comunque utili e preziose per una vita interiore che si rispetti.

Ho mantenuto l'abitudine di farmi sempre il segno della croce di fronte a chiese, capitelli, immagini sacre. Così, sovrappensiero. Anche in bici e in motorino.

Nei miei tragitti in motorino casa-lavoro c'ho i miei posti "segno di croce". Ormai naturali, marchiati a fuoco nel mio GPS cerebrale. Tra questi la basilica del Santo, il Duomo di Padova, la statua di Pio X.

Questa foto l'ho scattata io, il 17 marzo del 2011, giorno in cui
l'Italia unita spegneva le sue prime 150 candeline. Qualche
simpaticone aveva pensato bene di festeggiare la ricorrenza
macchiando con la vernice verde il municipio. Il
sindaco Rinuncini mi commentò così, per il mio pezzo sul
Mattino : "Si sono dimenticati il bianco e il rosso per fare il
tricolore". Nella foto si nota, da solo, a sinistra, mio papà, mentre
il primo da sinistra nel gruppetto è il compianto Dino Moro,
consigliere mancato pochi mesi fa.
Mi sono accorto, però, recentemente, che mi faccio, senza volere, il segno della croce anche di fronte al Municipio. Inizialmente è stato uno shock.

"Perché richiamo la dimensione sacra di fronte al luogo in cui entro per carpire informazioni, aspettare il sindaco, scherzare con quel zuzzurellone di Maurizio della segreteria e importunare qualche povero impiegato degli uffici tecnici?".

Poi mi sono dato una spiegazione.

Trono e altare. Le due spade. Il rapporto tra mondo sacro e mondo politico è antichissimo: ci sarà una ragione.

Farsi il segno della croce di fronte al luogo per eccellenza della politica e dell'amministrazione locale. Non solo è giusto, ma è sacrosanto.

Carlo Magno.
Derido i nostalgici di partiti politici di vent'anni fa.
E io ammiro un casino un politico di 1200 e passa
anni fa. Tant'è. Ma il buon Karl der Große è il vero
padre del nostro Occidente. Sovrano giusto
e illuminato, ha dato un boost all'Europa,
aiutandola a "snebbiarsi" dai fumi dell'Alto
Medioevo. E la fede, ovviamente, è stata per
lui fondamentale. La Chiesa lo venera come
Beato, checché se ne ignori la devozione. 
Ogni potere deriva da Dio. Ma soprattutto, la politica è l'arte non tanto del compromesso, quanto del bene comune. E' la massima opera di carità. E' la presa di responsabilità assoluta della creazione di Dio. E può essere animata dalla carità stessa, come spiega Benedetto XVI nella "Caritas in Veritate". E la carità, l'amore, è Dio stesso, come ci ricorda sempre il buon Benedetto XVI - del quale sentiremo sempre più la nostalgia nonostante quel sole splendente che è Francesco - nella sua "Deus Caritas Est".

Quel segno della croce, fatto in velocità in motorino in Viale del Lavoro, con l'asfalto irregolare che ti fa sussultare su e giù come i fagioli dentro la pentola a pressione, non è solo preghiera di raccomandazione. Ma è anche, e soprattutto, il riconoscere che il sacro non ha confini.

E' sacro il lavoro che c'è ed è sacro il lavoro che manca. E' sacro lo sport. E' sacra la musica, anche la musica che non è sacra. E' sacra la sessualità. E' sacro il cibo. Ed è sacro l'impegno politico.

E i "consacratori" di tutte queste dimensioni siamo noi: sacerdoti, re e profeti. Anche con un segno di croce in motorino.

domenica 3 novembre 2013

"Ci pensa Rocco". No, guardi, grazie, facciamo da soli.

Nella tragedia della Tv ormai priva di idee, assistiamo nell'ultimo periodo alla proliferazione di due generi soltanto: i talk show politici e la Tv verità.

Per i primi la ricetta è facilissima: prendi dei giornalisti che hai assunto a tempo indeterminato. Ti costano uguale sia che lavorino tre ore per realizzare un servizio di cinque minuti intervistando il premio Nobel Ciccio Pistacchio o documentando la crisi della fabbrica di formaggio della sora Gina, sia che rimangano fermi a fare domande prestampante, limitandosi ogni tanto a scuotere la testa mentre, seduti su comode poltrone e ripresi da qualche telecamera fissa, il sottosegretario X, il vice-portaborse dell'onorevole Y del partito Z, il notista politico della rivista A, la starlette B e il polemista dalla parolaccia pronta C dubitano a vicenda della moralità delle mamme altrui parlando di contraffazioni alimentari, tasse sulla prima casa che cambiano nome più volte di Snoop Dog e della farfallina di Belen.


In America c'avranno pure tanto trash. Ma hanno anche 'sto omino qui, Stephen Colbert.
Dio lo benedica.

Il risultato sono parole, parole, parole. Parole capaci di coprire pure i - pochissimi - fatti che ci sono rimasti. Le agenzie rilanciano le dichiarazioni, le dichiarazioni diventano fatti, i fatti spariscono. Tutto è relativo, nulla di certo esiste. E il caro Benedetto XVI, nel suo convento di clausura in Vaticano, che ci aveva avvertito della dittatura del relativismo, ci guarda da distante, sospirando e scuotendo il volto, verso una nazione dove pure le cifre, i dati e i fatti diventano relativi.

Le Tv puntano sulla quantità, perché, in tempi di crisi...




L'altro genere è quello della Tv verità.
E anche per questi, la ricetta è - apparentemente - facile. Prendi una troupe e segui qualcuno.

I migliori sono quelli di Discovery, History e tanti altri "channel". Telecamere fisse su gente che lavora. Allora abbiamo il documentario sui boscaioli dell'Oregon, sui pescatori di granchi dell'Alaska, sui camionisti dell'Alaska, sui cercatori d'oro dell'Alaska, perché ormai l'Alaska è una succursale di Los Angeles quanto a produzione di intrattenimento. E poi abbiamo i simpaticissimi adattatori italiani per i quali ogni titolo deve contenere necessariamente la parola Affari.

Affari di famiglia, Fratelli in Affari, Affari Sporchi, Affari di frontiera, Affari a tutti i costi, Affari al buio, Affari qua, Affari là, che ti vorrebbe voglia di afferrare un affare da un affarista, perché, se non afferrano, gli afferri gli affari. E non sarebbe un grande affare.

Il protagonista di Affari di Famiglia. "La Sacra Sindone? Mmhh. C'è poco mercato. Ti do 100 dollari".

E' bellissimo. Un tempo, negli anni '80, la gente lavorava tutto il giorno poi andava a casa a vedere, in Tv gente che non faceva nulla e si lamentava perché essi non lavoravano. Ora invece, che non lavora più nessuno, la gente passa tutto il giorno davanti alla Tv a vedere gente che lavora e si lamenta perché quelli lavorano e loro no.

Comunque, questo giramento di format e affari colpisce anche le - poche - produzioni italiane, che puntavano molto più su un altro format. Quello del tipo bravo, famoso, esperto che ti viene in casa per risolverti un problema angosciante che t'attanaglia la vita domestica.

C'era il messicano che veniva ad insegnarti a tenere a bada il cagnolino. Ci sono le vecchiette con fare nazista, quelle della pubblicità della cioccolata, che ti insegnano a tenere a bada i marmocchi distruggendoli psicologicamente. Ci sono quelli di Real Time che ti risistemano il tavolino, il guardaroba, la casa stessa.

E, adesso, c'è Rocco.

Rocco sbarca sulla Tv generalista. Magari la volta dopo a farlo sarà Jason, quello dei film horror. 

Sì, Rocco Siffredi, il famoso pornoattore, uno dei pochi a superare la breccia che separa l'intrattenimento per adulti (e per adulti intendiamo adolescenti di ogni età che devono ancora crescere per davvero) da quello dei media generalisti. Noto anche a chi la pornografia non la segue. Sì, persone così esistono, e sono molto più numerose di quello che l'opinione pubblica decadente afferma, mentendo come al suo solito.

Insomma, in questo format per famiglie del canale Cielo (vetrina free dell'impero Sky di Murdoch) il buon Rocco va casa per casa, tipo testimone di Geova, per risolvere problemi di coppia. Il suo compito sarà quello di insegnare ai coniugi Brambilla, nei vortici della crisi del settimo anno, non tanto come fare all'amore (mi piace 'sta formula), quanto a ritessere un vero rapporto di coppia, ad amarsi di nuovo, a coccolarsi, a vedersi preziosi l'uno con l'altro. Rocco, infatti, secondo i geni che hanno curato la conferenza stampa di presentazione dell'evento, sarebbe un maestro dell'amore - ripeto, maestro dell'amore - che tutto il mondo ci invidia.


No comment.

Mi immagino già gli stessi autori che faranno un reality dove un gruppo di obesi a livello terminale entrano in una fattoria per dimagrire aiutati dall'esperto Giuliano Ferrara, o un altro dove alcune coppie di tipi incazzosi come iene selvatiche ricevono lezioni di calma da parte del serafico Vittorio Sgarbi.

Siamo lì.

Non vi farò la supercazzola della società decadente, dove i valori di una volta ormai non esistono più e del si stava meglio quando si stava peggio.

L'intera storia dell'umanità è un susseguirsi di miglioramenti e peggioramenti, dove i costumi variano a fasi cicliche.

Ma di fronte a bestemmie così grosse ovviamente non ci si può che inalberare.

Che ha fatto il signor Siffredi per essere considerato un "maestro dell'amore"?

"Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo,
l'ingegno umano è riuscito, con l'aiuto di Dio, a trarre dal creato,
la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine[...]
la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili.
A ragione quindi essi possono essere chiamati: strumenti di comunicazione sociale."
Inter Mirifica
(Concilio Vaticano II)

(Il contrasto tra immagine e testo è voluto).

Nulla, semplicemente copulare di fronte a una telecamera quasi tutti i giorni negli ultimi trent'anni con migliaia di donne di ogni tipo e di ogni età (a volte pure uomini, ho letto), in ogni modo e per ogni apparente motivo. Gli basta questo per essere considerato un "maestro dell'amore"? E di quale amore parliamo?

Non tirerò fuori la Deus Caritas Est, per carità. Non mi nasconderò dietro al Magistero come il ragazzino occhialuto e timido si nasconde dai bulli dietro all'amico alto un metro e novanta che gioca a rugby.

Mi appiglierò al senso comune.

E questo senso comune ci grida a tutti - a tutti - che un conto sono le prestazioni atletiche delle quali il signor Siffredi certo non latita, un conto è l'amore. Quello vero. Che non si insegna. Ma si ascolta. Si segue. Si abbraccia.

Il signor Siffredi che insegna l'amore è come il signor Pacciani che insegna la non violenza.

Lezioni d'amore? Invitate me, a casa vostra, care coppie in difficoltà. Vi metto su
i 26 episodi di Conan Ragazzo del Futuro. Non si danno manco mezzo bacetto,
ma di Amore vi insegneranno più Conan e Lana di tutta la filmografia del signor Siffredi.

Anche il più accanito consumatore di pornografia non desidererebbe che la figlia - che non avrà mai in quanto accanito consumatore di pornografia - seguisse le orme di Cicciolina o Moana Pozzi. Perché il sesso può essere una delle cose più belle di questo mondo, ma i signori pornografi lo hanno ridotto a merce. Hanno distrutto l'eros derubricandolo ad oggetto di consumo. Lo hanno svuotato, come una zucca di Halloween, scavata della polpa per ridurla a uno scheletro che sorride spettralmente.

E no, non resterò qui a dirvi che la pornografia fa male, che il mondo della pornografia è marcio e chi guarda pornografia si riduce a una larva d'uomo e di donna.

Semplicemente me ne starò in piedi bello calmo, cartello in mano, nella piazza Tienanmen dei media italiani, mentre i carri armati della cultura del nulla avanzano di qualche altro metro.

sabato 2 novembre 2013

A tre anni dalla grande alluvione: strani parallelismi tra l'incuria di sé e l'incuria del territorio

Mi piace fare dei salti indietro nel tempo.

Rivedermi, negli anniversari, e pensare dov'ero, che stavo facendo, cosa indossavo, a che cosa pensavo.

E così mi sovviene che tre anni fa, in questo momento esatto, ero seduto alla scrivania dell'assessore Adriano Cappuzzo. Sotto le dita lo stesso computer, gli stessi tasti che sto pestando adesso.

Di fronte a me Fabiana Pesci - anche lei del Mattino. Di fianco a lei Giovanni Viafora - del Corriere del Veneto.

Tutti impegnati a condensare, ospitati in quel micro-ufficio, chi in più chi in meno righe, l'immane dramma di cui eravamo stati testimoni privilegiati. L'alluvione del 2 novembre 2010: l'argine squarciato dalla pressione del Bacchiglione, durante la notte, all'altezza della discarica. Milioni di tonnellate d'acqua che si riversavano per la campagna. L'acqua che saliva, pian, piano, contro la gravità, fino a lambire il Municipio. Poi, nel pomeriggio, l'acqua che trovava come farsi strada verso sud, inghiottendo prima Casalserugo e poi Bovolenta. Le case divorate dall'acqua e dal fango. E poi, dalla miseria più nera.

Mattina del 2 novembre 2010. Sul forum che frequento mi hanno irriso per settimane solo
per quel mio essere comparso su un telegiornale nazionale. In realtà ero nell'angoscia più nera. 


Ricordo gli anziani in carrozzina in attesa nel salone del municipio, i volontari che prendevano ferie per star vicino agli alluvionati, la giovane coppia, con lei incinta, venuta ad occupare il suo nido d'amore solo il giorno prima che il fango lo rovinasse irrimediabilmente.

Non scendo nei particolari, anche perché i particolari, anno dopo anno, in occasione degli anniversari, sono stati sviscerati e riportati su carta, sul web, sulle immagini delle Tv, prima che l'oblio riducesse pian piano i loro spazi fino quasi a scomparire, in attesa che tragedie come queste abbiano a ripetersi. Prima o poi.

Le scarpe impiastrate di fango, il corpaccione da 140 kg (più di 40 chili in più di adesso) affaticato e stremato, il giaccone sgualcito inumidito per il sudore da dentro e per la pioggia da fuori.

Scrivevo per il Mattino da ventitré giorni. Troppo poco per capire come affrontare un disastro che anche colleghi ben più anziani avevano timore di approcciare. Ma nel cuore, un pensiero: "Se avesse rotto un poco prima, o addirittura a Roncaglia, dietro casa mia, avremmo avuto decine di morti". E il panico.

Impossibile descrivere come ci si sente di fronte al trionfo schiacciante delle forze della natura
sopra il dominio umano. Una ribellione che non si può schiacciare.

Abbiamo smesso di considerare la natura, il cambio delle stagioni. Abbiamo iniziato ad annullare l'estate coi condizionatori e l'inverno coi termosifoni, ignorando la possibilità, che ne so, di indossare un maglione invece di alzare il termostato. Abbiamo smesso di guardare ai fiumi e ci siamo concentrati - come mi ricordava qualche giorno fa il buon Maurizio Padovan del Centro Toniolo - solo sulle strade, sul cemento e sugli impianti produttivi. Sul potere dei "schei".

I pochi che continuano a fregarsene appena un po' della natura sono i vogatori, i cacciatori, i pescatori e qualche altro che si può contare sulle dita di una mano.


La chiesa di Roncajette è stata risparmiata per via di uno strano gioco di pendenze.


Pesavo 140 chili. E non mi pesava. Perché del mio corpo non me ne fregava assolutamente nulla. Non ero io quel corpaccione impacciato, puzzolente e invadente. Non mi radevo, non mi pettinavo. Facevo schifo al mondo e mi facevo schifo io. Semplicemente non ci badavo, e vivevo in un mondo ideale, pulsante di immagini e sogni astratti, sempre più alienato da me. Non che adesso sia un adone, ma in questi anni ho imparato ad entrare in contatto con la mia dimensione più profonda. Ho imparato ad ascoltarmi. Ho capito come controllarmi, e a mangiare fino a che il mio corpo aveva fame, e non fino a quando la mia mente mi chiedeva di sfogarsi col piacere del cibo. Ho capito come curarmi e ho imparato ad andare in giro non come un barbone ma come un piccolo borghese, banale, senza nulla da dire, come tutti.

Il Veneto è uguale. Il Veneto che vedo oggi è lo stesso Andrea del novembre 2010. Si ricorda di essere stato bello. Parla continuamente di radici contadine, di cultura veneta contadina, capace di vivere a stretto contatto con la natura e con i suoi ritmi. Nei suoi sogni il Veneto si vede ancora coi casoni col tetto di paglia, con le vecchiette dai lunghi abiti e dalle cuffie intente a fare il filò, della laguna che si perde a distesa d'occhio, delle montagne purissime ancora non cimitero di milioni di soldati, di città d'arte in cui anche l'ultima delle pietre racconta, cantando in armonia, la sua storia millenaria. E su questi sogni il Veneto investe pure valanghe di soldi, per festival, pubblicità, comunicazione. Per dare un'immagine di sé ormai morta. Il Veneto, segretamente, sa di fare schifo oggi, e vive di ricordi. Perché nei suoi ricordi non solo è bello, è meraviglioso, una terra baciata da Dio in ogni modo con cui Dio può baciare un lembo di terra tra il Po e le Alpi.

Il livello dell'acqua. Senza precedenti. O meglio, con precedenti molto molto remoti.

Ma non è più così. Edificato, cementificato, stuprato ovunque in lungo e in largo, la nostra Regione ha smesso semplicemente di guardarsi allo specchio. Il Veneto non affronta di petto quel suo fare schifo. Quel suo avere un sistema cardiocircolatorio - i suoi fiumi - allo sfascio, dopo decenni di incuria, di vizi, di eccessi. E questo non è che il primo della sua lunga lista di problemi.

Certe opere post-alluvione mi sembrano le cure post-infarto di certi malati che si illudono che una cardioaspirina e qualche piccola operazione possano risolvere tutto. Ma come tutti i post-infartuati, il Veneto deve cambiare regime. Completamente. Deve finalmente tirare la tendina dallo specchio e deve osare guardarsi allo specchio, per accorgersi, finalmente, senza filtri, che fa schifo. Ma, tra le cicatrici degli abusi e le rughe dello sfacelo, il Veneto deve accorgersi di quanto è ancora bello. Di quanto può essere davvero la Regione più bella e più sana del nostro già immensamente bello Bel Paese, se solo smettesse di fumare, di drogarsi e di farsi del male da solo.

Auguri caro Veneto.

Se ce l'ho fatta io, puoi farcela anche tu!