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domenica 25 settembre 2016

Stiamo correndo verso una crisi sistemica e non possiamo fare nulla per fermarla






Leggete, vi prego, quest'analisi di un blogger inglese di fronte alla deriva degli ultimi tempi. Cliccate qui.

Ma il fatto è che se scegliete di leggerlo e siete in grado di leggerlo, non siete voi ad essere parte del problema.

Se invece siete impegnati a condividere vignettine gentiste e populiste, allora lo siete.

Brexit, Trump, Putin, Grillo e Salvini, stupidità, etc...

In poche parole, saremmo di fronte a una crisi sistemica mondiale e non possiamo semplicemente fare nulla per fermarla.

Resto convinto che Trump vincerà (e se non vincerà lui un simil-Trump sarà presidente nel 2020).

La questione è... quale sarà il nostro "arciduca-Ferdinando"? Quale evento scatenante ci farà capire che stiamo ballando su un equilibrio delicatissimo che giorno dopo giorno perde stabilità?

"Terza Guerra Mondiale a pezzi"

Quale sarà la forma di crisi? Dubito fortemente in una guerrona nucleare stile Ken il Guerriero, ma la "Terza Guerra Mondiale a pezzi", di cui i nostri richiedenti asilo non sono che la punta dell'Iceberg, è già sotto gli occhi di tutti.

Saremo salvati dalle Lobby?

Parliamo sempre male delle lobbies, delle banche, delle multinazionali. A loro conviene un mondo che si distrugge? Anche se la Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato per l'economia dell'epoca un boost naturale dopo la risi del '29, quel modello è ancora sostenibile-replicabile?. Potranno i mega-banchieri e i mega-tecnici trovare qualche modo anti-democratico per impedire alle democrazie deviate dal populismo di distruggersi (sempre che gli convenga)?

Le metastasi del web

La società dell'informazione si è evoluta troppo in fretta, presentando devianze troppo grosse per essere corrette senza interventi macroscopici e antidemocratici. Ma è come se avessimo inventato la polvere da sparo e girassimo tutti col mitra senza problemi, o avessimo appena inventato la macchina e, come negli anni '20, morissimo a decine in incidenti violentissimi andando a sbattere a 40 all'ora morendo sul colpo in quanto senza cinture e senza le basilari tecniche di sicurezza. Questa "crisi" innominata e innominabile potrà normalizzarla, per esempio censurando fin dalla culla determinati modi di esprimersi?

La Cina si avvicina

Non so quando questa "crisi" si manifesterà, né quali forme prenderà. Di una cosa sono sicuro: potrà rappresentare per il blocco asiatico quello che la Seconda Guerra Mondiale ha voluto dire per gli USA.

Da cattolico

Meraviglioso infine rileggere i documenti e i discorsi dei Papi e dei Vescovi prima delle guerre mondiali e simpatiche devastazioni varie. Avevano sempre ragione. Leggete oggi il messaggio di misericordia, di perdono, di dialogo, di "Ponti e non Muri" di Papa Francesco. Sarà anche questa volta un profeta nel deserto, parole da citare sui libri di storia tra 100 anni ma senza reali chances di imprimere una svolta e fermare l'auto mentre accellera verso il precipizio?

domenica 20 settembre 2015

Ferite


Per stare male non ho bisogno di vedere i filmati degli “scherzi” con cui qualche bullo ha ucciso – moralmente e materialmente – Andrea Natali, il giovane che si è tolto la vita a 26 anni impiccandosi in camera sua.
Mi basta questa foto. Il dolore della mamma, col volto composto della casalinga che l’ha cresciuto preparandogli da mangiare e rimboccandogli le coperte da piccolo. Il dolore del papà, questo artigiano che si domanda, tenendo con la mano grossa grossa come una reliquia sacra l’immagine del figlio, se le cose sarebbero potute andare diversamente. Se solo Andrea avesse incontrato altre persone lungo il suo cammino.
Questa foto mi angoscia terribilmente perché in questa mamma e in questo papà mi pare di rivedere i miei genitori. Per certi aspetti ci assomigliano anche un po’.
E provo a immaginare se oggi, invece che su “La Stampa”, questa foto fosse stata pubblicata sul “Mattino”. Ma con i miei genitori. E con una mia foto tra le mani.
Questa immagine, e la notizia che l’accompagna, mi fa ricordare come anch’io, alle medie, sia stato vittima di bullismo. “Lo siamo stati tutti”, penserete. Forse è vero. E ripensandoci si è trattato probabilmente di poca roba da pesare nella bilancia che è la vita. Anche io ero “particolare”, un tipo un po’ intrattabile, in quegli anni di benessere economico che ricordiamo come la fine anni ’90.
Ma quando il bulletto ti chiama ripetutamente “merda umana” e nessuno della tua classe dice nulla per difenderti, quando i professori osservano le ritualità del branco senza proferire parola, annoiati e stanchi, quando in tre anni sei l’unico della classe a beccarti una sospensione perché al termine di una mattinata di continue prese in giro batti il piede per terra e il bulletto fa finta di essere stato colpito… E tante, tante altre situazioni… Una cicatrice ti resta. Anche quando puoi rimani in “buoni” rapporti con quelle stesse persone. Perché poi si cresce e si mette la testa a posto.
Ma intanto, quando hai 13 anni, pensi che sei tu quello sbagliato. Totalmente sbagliato. Che è meglio stare da soli per evitare grane. Che tanto la tua presenza è inutile e che sono loro, i “bulletti”, quelli che hanno capito tutto della vita. E allora ti isoli davvero. E resti solo. Coltivi il tuo microcosmo. E quando arrivano gli amici, quelli veri, e ormai hai oltre vent’anni, le cose iniziamo a sistemarsi. Ma sai di esserti perso molto nel frattempo, a partire dai compagni di classe delle superiori dei quali non hai mai coltivato amicizie davvero profonde perché ancora troppo “scottato” dai coetanei delle medie. Sai che quelle cicatrici – forse non le uniche – resteranno. E condizioneranno ancora a lungo quello che sei. Anche se in sostanza quello che è capitato a te è un centesimo di quello che è capitato, in età adulta, al povero Andrea di Vercelli.
Se scrivo queste righe non è per denunciare ingiustizie ormai cadute in prescrizione, né per chiedere a chi fa il nobile lavoro di professore, o veglia sui luoghi di lavoro o nei più disparati contesti sociali, dagli allenatori agli animatori, di impedire che certi “scherzetti” innocenti si tramutino – come al loro solito – in ferite che non guariscono più. Specie ora che ci sono gli smartphone.
È che questa foto, in questa mezzanotte di venerdì sera, mi fa un male cane e non so spiegarmi il perché. Ma forse è perché rappresenta l’impotenza di chi ti vuole bene di fronte a un mondo che non vede l’ora di sbranarti, senza un valido motivo, per giunta.

martedì 25 agosto 2015

Caro bimbo del 1992 (dopo una settimana in Sicilia)

Quando sei un bambino tra i sei e i sette anni la tua mente è una spugna. Ogni cosa che vedi, che leggi o che ascolti resterà impressa per sempre nella tua testolina esattamente nel modo con il quale ti è stata presentata. Non importa se ti dimenticherai il giorno o la circostanza di ogni nuova scoperta, ma le associazioni che farai resteranno sempre.

Il Milan del quale tuo papà ti compra sempre i poster nella vana speranza di vederti un giorno milanista sarà sempre la squadra di quel nero coi capelli ricci e col faccione simpatico, la moltiplicazione è quell’operazione matematica che imita – come ti ha insegnato la maestra Anna Andolina – Gesù con i suoi pani ed i suoi pesci, le tartarughe, anche quelle piccole che puzzano, sono tutte potenzialmente dei guerrieri ninja con i nomi degli artisti rinascimentali. Anche quando hai quasi 30 anni, sei juventino e la matematica ti serve solo per calcolare l’Irpef  una piccola parte di te è ancora in prima elementare. In fondo in fondo, resti sempre un bambino del 1992.

Caro bambino del 1992... è a te che scrivo dopo questi sette giorni in Sicilia.

Ma per te la Sicilia non è la meta del campo diocesano di Ac a cui hai voluto partecipare, ma è ancora quell’isola assolata di cui parlano tanto in televisione. È ancora quella terra bruciata dal sole dove si spara sempre e dove le bombe fanno esplodere signori con i baffi. Con gli anni, caro bimbo del 1992, assocerai alla Sicilia tante altre cose: Franco e Ciccio, Nibali, Mattarella. Ma non c’è bambino del 1992 nel cui immaginario non rimbombi ancora il tritolo di Capaci e quello di via d’Amelio.

Caro bimbo del 1992, ho voluto portarti al Sud, più a Sud di quanto non eri mai stato. Ti ho portato a toccare con mano la pietra arenaria che dà forma alle case popolari e ad assaggiare il ripieno delle arancine. Ti ho messo lì, con i suoi occhiali storti, perché vedessi quanto è stretto lo stretto di Messina e quanto nere sono le ceneri dell’Etna.

Il camposcuola dal titolo “Giovani, Lavoro e Vangelo” ti voleva immergere nel Progetto Policoro, un progetto della Cei per creare lavoro dove spesso si è cercato solo un “posto” per arrivare alla fine del mese. E ti sei sorpreso, caro bambino del 1992, nel vedere come la Sicilia del tritolo, ancora con quel sole che picchiando forte annulla ogni colore, ospiti così tanta ricchezza. Giovani che combattono per la legalità, ragazzi e ragazze che dopo una vita nei patronati con gli scout e l’Azione Cattolica non solo non hanno chiuso in un cassetto tutto quello che hanno imparato, ma lo usano come attrezzo di lavoro per costruire un pezzettino di futuro nel loro territorio. Imprese turistiche, campetti di calcetto, parchi avventura, copisterie, alimentari, cooperative sociali, negozi di fumetti che hanno come business plan quel libretto scritto 2000 anni fa e che ha cambiato il mondo. L’energia e la vitalità che hai respirato ti saranno utili, caro bimbo del 1992, nei prossimi mesi, per quelle due o tre ideuzze che ti girano in testa.

Ora che sei tornato a casa, caro bimbo del 1992, forse ti sentirai un po’ vecchio se messo a confronto con i tanti bimbi del 1999 e persino del 2002 con cui hai condiviso questa frazione di cammino. E forse ti chiederai – sulla scia del tema del campo che hai appena vissuto – se non sia il caso di “contemplare” un po’ di più anche il frutto di tanto tuo lavoro, che non si limita più ai temi in stampatello sui dinosauri, ma che è fatto di campagne adwords, articoli di giornale e trasmissioni radiofoniche: insomma, le porcherie degli adulti ai tempi delle reti digitali. E forse – addirittura – ti chiederai se per inerzia o accidia non hai davvero in questi giorni detto quei “grazie” che il cuore avrebbe voluto dire, troppo impegnato a cercare perfezioni ultraterrene.

Caro bambino del 1992, prima di lasciarti andare a nanna, vorrei convincerti dall’alto dei miei quasi 30 anni che il mondo è davvero un posto magnifico, che i sogni si possono realizzare, che dove scoppiavano le bombe ora crescono i limoni e i bambini come te possono mangiare tutti i cannoli che vogliono. Sarà la stanchezza, sarà il lungo viaggio, eppure, caro bambino del 1992, sai che ti dico? Forse mi sto convincendo un po’ pure io. 

domenica 5 luglio 2015

Se il sale perde il suo sapore...

L'ISIS avanza nell'Africa del Nord distruggendo il legame tra Dio e l'uomo.
Milioni di disperati, privati della loro terra dall'avanzata del deserto e dal land grabbing delle multinazionali, fuggono in cerca di speranza. 
Le nuove generazioni nei paesi "ricchi" crescono disilluse, individualiste, prive di fiducia in sé stessi e nel "bene che c'è tra noi".
Intanto, l'economia dei numeri distrugge "la dignità delle persone".
Il pianeta, la "nostra casa comune", va a fuoco.
Le narrazioni razziste dopo 70 anni tornano a risuonare in Europa sulla bocca di uomini di potere. Famiglia e società sono scardinate dalle fondamenta.
Ah. Quanto sarebbe bello che i "giovani cattolici" facessero sentire la loro voce su tutto questo, che ne so, magari annunciando la vittoria della Vita su ogni morte, annunciando quel Cristo che - forse - hanno conosciuto.
Ma il sale della terra ha perso il suo sapore e si è mescolato alla pasta informe. O forse bisogna solo risvegliarne le qualità.

sabato 6 giugno 2015

Il linguaggio della resa


Ve lo dico fuori dai denti. Schietto, senza troppi giri di parole. Del resto, penso che sia il modo migliore per rendere giustizia alle vostre parole, tanto coraggiose quanto poco oculate.

No. Cari autori della famosa lettera: non è stata per niente una buona trovata. Non farà del bene né al dialogo né alla Chiesa di Padova. 

Lo so, lo so. Siete giovanissimi, avete dai 22 ai 23 anni: dal vecchiume dei miei 29 anni avrei potuto incontrarvi in qualità di animatore a qualche grest o gruppo di Ac. Tutti vi dichiarate impegnati nelle parrocchie e nei vicariati, tutti vi sentite guidati da una causa nobile. E la realtà che vi circonda ve lo dimostra giorno per giorno: sentite i fremiti un mondo in continua fermentazione, dove tutto cambia e dove soprattutto tutto sembra debba cambiare. Dall’altra, però, passate tanto del vostro tempo – e per questo vi ringrazio – dentro una Chiesa che, nonostante le accelerazioni che sta imprimendo papa Francesco, sembra ancorata al passato. 

Sono in gioco due partite. La prima è quella dei diritti: la possibilità, cioè, di permettere a delle persone che hanno contratto un legame affettivo di poter godere di certe agevolazioni e peculiarità, ben sintetizzate dal classico esempio della visita in ospedale. La seconda partita, apparentemente, è una diretta derivazione della prima. In realtà, la trascende completamente. È quella del riconoscimento sociale. L’estensione automatica del concetto stesso di famiglia e di matrimonio a tutti e a tutto. Nella vostra lettera l’opinione pubblica sembra più importante dell’accoglienza delle persone omosessuali (che già c’è, se non lo sapeste). 

Questo non è assolutamente un tema “cattolico”. Perché il matrimonio è un sacramento da soli duemila anni: per tempi decisamente più lunghi questo istituto naturale è stato il tassello fondante della società umana. Di ogni società umana. La vostra lettera, tra le tante contraddizioni, tradisce l’equivoco che da una parte (la Chiesa, i politici asserviti, i “vecchi”) si stia “fermi”, dall’altra invece brilli il sol dell’Avvenire di un futuro dove addirittura, grazie a un «graduale e ragionato riformismo sulle unioni civili», si potrà addirittura «sospendere la riflessione su quei punti che destano maggiori perplessità, quali l’adozione ai minori». 

Da “operaio” della comunicazione mi sento di dirvi che la vostra lettera, forse un po’ troppo impulsiva, è un autogoal clamoroso anche in termini di comunicazione. Voi state parlando di diritti. Il dibattito pubblico, i media, la maggioranza vorace dei social ha già capito tutt’altro. Pensa che voi vi stiate riferendo direttamente al riconoscimento pubblico. Avete cercato di mostrare uno squarcio all’interno del tessuto ecclesiale ricollegandolo proprio al concetto di “attivi in diverse realtà della Diocesi di Padova” come se potesse scusare tutto il resto. C’è stato un confronto interno per far nascere questo documento, magari dentro le associazioni o i gruppi, oppure avete “fatto tuonare i cannoni” cercando solo qualche firma in più? 

Chiedete ai media di smetterla di «dare l’immagine di una Chiesa arroccata su una posizione immobile su questi temi». Anzi, addirittura pretendete la par condicio domandando ai media di smettere di dare spazio «solo a quelle voci che, pur legittimamente, esprimono posizioni contrarie ai diritti civili per gli omosessuali pretendendo però che queste appartengano a tutti i cattolici». Piccola notizia: non si decide che cosa è cattolico o no. 

Ci siete cascati con tutte e due le scarpe, ragazzi. E mi fa male vedere i nomi di tanti amici tra coloro che hanno firmato queste tesi, il cui unico scopo sembra essere quello della ricerca di visibilità in giorni “delicati” per la vita della Chiesa di Padova. Il tema o lo si affronta tutto insieme o non lo si affronta. Altrimenti tutto si riduce a una chiacchiera da bar, senza la consolazione di una buona birra media a fare da contorno. 

Non vedo alcun accenno – per dimenticanza o semplice ignoranza, dato che i media non ne parlano – sul tema dell’educazione: già, perché, tra pochi anni negli asili sarà “omofobo” far giocare i bimbi con le macchinine e le bimbe con le bambole. Niente sul tema dell’utero in affitto: sempre più coppie, etero o gay (tra cui un senatore della Repubblica e il suo compagno) ricorrono a “mamme incubatrici” – spesso povere giovani del terzo mondo – per portare a termine le loro gravidanze. Una sorta di supermarket del bimbo che non impensierisce affatto le femministe ma che anzi fa gridare al “miracolo della vita”. Lo sapevate? Non avete poi scritto niente sul valore positivo della famiglia, sempre più messa in difficoltà da precarietà economiche ed esistenziali, per la quale i famosi politici che dovrebbero dimostrare “la purezza della loro cattolicità” non fanno nulla. (P.S. Da quando, per noi cattolici, la cattolicità è qualcosa di brutto?). 

Mi direte che non vi siete espressi su questi temi, perché per voi, su questi, la Chiesa ha ragione. No: vi siete già espressi, e pure in modo eloquente, perché anche il silenzio parla. Specie in questi contesti. 

Carissimi ragazzi, vi sento decisi, volenterosi, siete sicuri su tutto, e l’energia dei vent’anni certamente aiuta. Sarebbe bello confrontarsi davvero, senza le forzature, gli strappi, il venire alla conta, cercando di trovare la forza delle proprie idee nascondendosi dietro una lista di nomi. 

Proprio in questi giorni, in molte zone del mondo c’è chi sceglie l’aderenza a Cristo e al Vangelo fino a pagarne le conseguenze estreme. Se i fedeli non arretrano di fronte alle minacce dell’Isis, perché noi arretriamo di fronte al biasimo dei social media o agli editoriali di qualche ben pensante? In Irlanda, nonostante gli enormi scandali della chiesa locale, la propaganda unidirezionale dei media e il fatto che le adozioni per gli omosessuali fossero di fatto già possibili dallo scorso gennaio per via di una legge del parlamento, il 40% ha ribadito che la famiglia è formata da uomo e donna. A loro non diamo peso? 

C’è da fare una scelta, ragazzi. Resistere o omologarsi. Io la bandiera bianca non la sventolo.

domenica 29 marzo 2015

Abbiamo portato il Sole.

Poi niente.
Ti tocca alzare bandiera bianca.
Così impegnati in ragionamenti su quello che non va, su cosa si potrebbe fare di meglio, su come il mondo che cambia imponga anche alla cara vecchia Azione Cattolica di cambiare... a volte non ci accorgiamo della bellezza, bellezza vera, bellezza gigantesca e sconvolgente che è questo fare famiglia dentro la Chiesa. Questo sostenerci insieme, nella gioia, nel cammino verso lo stesso Cristo.
Tessere, slogan, metodo, principi. Parole, che qui si fanno vita, sorrisi. Arrendersi di fronte alla luce più abbagliante.
Un pomeriggio per dimenticarsi di tutto, e per capire che forse - ma dico, forse - la bellezza che "illumina" il nostro essere associazione già c'è. Il quadro non va ridipinto. Va semplicemente visto, goduto, ammirato.
Un pomeriggio per stringere mani, dare abbracci, un po' anche per stare male, vedendo quante amicizie e relazioni sono nate negli anni dentro questa famiglia con la consapevolezza che non sempre c'è stato il tempo (e l'energia) per coltivarle come avrebbero meritato.
Tanti i pensieri che vengono fuori, così, alla rinfusa. "E se sorridessimo sempre, come oggi?" "E se ci divertissimo sempre, come oggi?" "E se fossimo sempre, come oggi?". Ma adesso non è il tempo per pensare. E' il tempo per far decantare questa meraviglia. Per farci scaldare da questo Sole che abbiamo portato in Piazza delle Erbe e che ci siamo, poi, portati a casa.

martedì 13 gennaio 2015

Provvidenza. Il perché di una strada.


Devo una spiegazione a chi in queste ore mi vede esplodere di contentezza.
Febbraio 2002. Un ragazzino timido e introverso, dotato però di quintali di fantasia, dopo mesi di tentennamento e paure ataviche decide di rompere le scatole al papà per avere un computer nuovo dotato di accesso ad Internet. Questo ragazzino va benino a scuola, ma non è un mostro come il compagno di banco Paolo Fania. Fa il catechista, attività che gli piace molto, ma non osa diventare anche animatore ACR perché teme il contatto con i coetanei, considerati troppo "chiassosi e casinari". Il futuro per lui è un'incognita. "Alle medie dicevano che avrei potuto fare l'avvocato perché parlo tanto". Si ripete. E allora? Giurisprudenza? Scienze Politiche? Altre idee nebulose da seguire? Forse. Ma nessuna di esse è colorata di quel verde speranza che connota ogni sogno degno di tal nome.
Quel ragazzo teme Internet. Ha paura di diventarne dipendente, e che il tempo sottratto agli studi lo renderà un fallito, perché tutti lo sanno: un 5 in un'interrogazione di filosofia in prima liceo (classico) non solo ti impedirà l'accesso all'Università, ma ogni ipotesi di felicità futura. Ma alla fine i videogiochi on line descritti sempre da tal Fania vincono ogni resistenza e quel PC arriva. Internet non funziona per un mese abbondante. Poi parte, magicamente, la domenica delle palme del 2002.
E quel ragazzo non peggiora il suo rendimento scolastico, semplicemente, inizia a scoprire il mondo filtrato dal modem. Prima il web era una "toccata e fuga" dal laboratorio del Liceo Classico Tito Livio(come non ricordare il sito della WWF quando ancora si chiamava così). Ora c'erano i tempi dell'approfondimento.
All'epoca funzionano i newsgroup. La gente, per non tenere il telefono occupato ore e soprattutto per non spendere tonnellate di nuovi euro (ex-vecchie lire) in bollette, navigava con outlook. Scaricava tonnellate di mail e poi chiudeva tutto.
Il ragazzo adora gli anime, i cartoni animati giapponesi. Soprattutto Ranma, trasmesso dalle Tv locali. La storia di un giovane maestro di arti marziali che diventa donna se si bagna con l'acqua fredda. Una storia comica, demenziale, imperdibile se hai 16 anni.
Il giovane del Tito Livio, che ricordiamo, è anche molto sovrappeso, si imbatte in un archivio di fanfiction. Storie comiche, demenziali, che collegano i personaggi dei cartoni ai protagonisti dello sport, della politica, dell'attualità, generando ore e ore di divertimento e di fantasia. Il ragazzo è colpito soprattutto da un autore, il primo e il più importante. Dalla mail capisce che è dell'Università di Padova, come tre quarti dei giovani del Nordest, e che ha scritto a metà degli anni '90. Il suo stile lo colpisce. Ricorda Benni, ma non è Benni. Crea situazioni fantastiche, geniali, satiriche e allo stesso tempo umoristiche oltre ogni misura. Quell'autore lo conquista non solo perché è il migliore, ma perché non si pone limiti. I personaggi si incontrano tra loro, mondi diversissimi vengono a cozzare. Impazzisce per la commistione di generi e di situazioni. E allora, il 5 maggio 2002, allietato dalle lacrime di Ronaldo che decretano lo scudetto per la sua Juve, inizia a digitare tasti a casaccio. Lo farà per tutta l'estate. E questo ragazzo dà vita a mondi paralleli.
I primi file di testo (Word no, Word troppa confusione) ricalcano la punteggiatura e lo stile di questo autore. Ci sono errori giganteschi, enormi, di ortografia, oltre che di grammatica. Il lessico è un disastro, povero come il Ministro del Tesoro greco. Ma migliora, giorno dopo giorno. Il ragazzo, che ha sudato un'estate in palestra perdendo una quindicina di chili, quando torna a scuola è un altro. Inizia a prendere qualche 9 nei temi d'italiano, quando prima prendeva solo qualche 6. "Fa" si scrive senza apostrofo. Il congiuntivo non è una malattia dell'occhio ma un modo verbale. E così via.
Ma il cambiamento più grande è nella testa. Capisce che forse ha trovato qualcosa che gli piace davvero. Scrivere. E questo gli dà sicurezza in ogni campo della sua vita.
Nel novembre 2002 il suo professore di italiano, consegnandogli un tema satirico valutato con un 9, gli mette una mano sulla spalla e prorompe: "Sicuramente ti farai strada in questo campo". La rotta viene tracciata. E resterà quella.
Certo: tempeste, disastri, naufragi si susseguono. Ma non ci sono dubbi sulla scelta del percorso di studi. Non ci sono dubbi, per quel ragazzo, sul fatto che pigiare tasti su una tastiera sia la cosa più bella del mondo. Aspettare le reazioni. Gradire un complimento e arrabbiarsi per una critica ritenuta - forse troppo - ingiustificata. Spingersi con la fantasia creando scenari assurdi e proprio per quello unici, anche nel commentare qualcosa di così banale da far venire il latte alla ginocchia.
Non sa per chi scriverà. Sa che scriverà. Romanzi, articoli, storie, interviste, comunicati stampa, testi per trasmissioni radiofoniche, sms, newsletter, tweet. Basta dar vita alle parole. Il suo animo cattolico lo porta in una certa direzione, mediatica-comunicativa, che non tradisce in alcun modo quella spinta fantasiosa. Anzi. Il ragazzo si pente di non aver messo abbastanza passione e sogno in quella sua voglia di creare, come il Padre nella Genesi, abbastanza mondi dal nulla di una schermata bianca.
L'autore misterioso, il motore immobile che ha dato il via a questa deprecabile serie di eventi, resta tale per 15 anni. Il ragazzo, specie all'inizio, prova a contattarlo per mail, ma riceve in cambio solo messaggi di errore. Poi se ne dimentica, anche se ogni giorno segue il moto innescato da quel motore. Se nel frattempo, in California, un ragazzotto ebreo non avesse creato il Moloch dal quale state leggendo questa storiella, probabilmente tutto sarebbe finito qui. E invece no.
Perché nel gennaio 2015, il ragazzo, che aveva già avuto in passato alcuni sospetti, chiede su Facebook l'amicizia a un signore dal nome inequivocabile che trova per caso.
E' uno del posto. Abita a pochissima distanza da lui. Uno sceneggiatore che scrive un film non si inventerebbe mai un colpo di scena così incredibile, per l'appunto, non credibile. Perché in un paese di 60 milioni di abitanti è statisticamente impossibile che un nome anonimo da internet che senza volerlo ha indirizzato nel verso giusto la tua vita appartenga ad uno del tuo paesello, che conta per lo più poche migliaia di abitanti. E invece questo avviene. Mi presento. Forse il signore nemmeno ci crede. Probabilmente i ricordi di quelle storielle sono più annebbiati per lui che per il ragazzo, ormai alle soglie dei 30 anni. Ma si dichiara sorpreso e incuriosito, anche perché forse per lui quelle storielle erano un divertissement simpatico e una pietra miliare dell'esistenza. Inutile fare dei complimenti: il ragazzo si limita a dire grazie. Un grazie al signore, fantastico autore di fanfiction degli anni '90, e un grazie alla Provvidenza, che dalle piccolissime cose ti mette sempre nella strada giusta, a volte pure prendendoci un po' in giro.

lunedì 18 agosto 2014

Santiago - storia di un'esperienza senza logica ma non senza senso



Il cammino di Santiago è una boiata pazzesca.
Sul serio. Ve lo dice uno che l'ha fatto due volte. Gli ultimi centoquindici chilometri, almeno.
La prima volta nel 2004. Caldo secco sahariano, dolore a un polpaccio, overdose di antidolorifici e sguardi colmi di disapprovazione da parte della gente, futuro sindaco compreso, che mi hanno costretto a rinunciare ad alcune tappe, percorrendole in pullman come l'ultimo dei vigliacchi.
La seconda volta pochi giorni fa, a dieci anni esatti di distanza. Nonostante una pletora di vesciche in luoghi del piede che non pensavo neppure di avere ho portato a termine la missione, guadagnandoci - seppur per poche frazioni di secondo - qualche grammo di autostima.
Il cammino di Santiago resta comunque una boiata pazzesca.
Innanzitutto la location: Galizia. Una terra dimenticata da Dio, fatta di collinette secche come i biscotti per i diabetici, in cui tra saliscendi e borghetti tristi e uggiosi si alternano per tutto l'anno due condizioni climatiche: il sole secco e bastardo e la pioggia da monsone vietnamita. L'architettura locale è ferma al 1100: e non parliamo di castelli imperiosi, ma di pezzacci di malta e mattoni tirati su, quasi per dispetto, come in una parodia del romanico.
Ci sono poi ovviamente i fattori soggettivi: per un norvegese o un uzbeko Santiago può rappresentare il massimo della vita. Ma per un italiano, per giunta un padovano come me, è come andarsi a vedere una partita di serie D dopo aver visto la finale di Champions. San Giacomo è un santo rispettabile, eppure, nessuna persona sana di mente si farebbe 800 chilometri a piedi (per i pigri come me 115) per raggiungere la sua tomba, quando in cinque minuti di bicicletta raggiungo senza una goccia di sudore San Luca Evangelista, sant'Antonio di Padova, san Gregorio Barbarigo e qualche altro centinaio di ossa di gente che ora si gusta il paradiso nel settore extra-lusso.
Solo una settimana prima di Santiago ero con le bestie che chiamo giovanissimi a Roma. Lì il confronto - sia per l'arte, che per l'architettura, che per il quantitativo di sacre ossa martiri ivi depositate - diventa davvero imbarazzante.
E poi, diciamocelo chiaramente, la formula del pellegrinaggio a piedi. Andava benissimo quando l'unico mezzo di locomozione a disposizione dell'uomo medio erano i piedi, in tempi in cui il bollo per il cavallo o per l'asino costavano un occhio della testa. Ora è terribilmente agée. Un po' come se un soldato americano decidesse di andare ad ammazzare la gente in giro per il mondo non con i droni futuristici o gli M16, ma con uno schioppetto ad avancarica della guerra d'Indipendenza o con uno spadone inglese del 1200. Farsi 3000 chilometri in pullman per poi scendere e completare gli ultimi cento a piedi rasenta la follia, sinceramente. E' come se presentassi in redazione un articolo battuto con la macchina da scrivere, quella macchina che utilizzavo da bambino ma che ora invecchia in garage assieme all'enciclopedia "I Quindici" e alla bandiera celebrativa della Coppa dei Campioni del Milan del 1989.

Non c'è assolutamente alcun motivo al mondo per cui una persona sana di mente dovrebbe sacrificare le ferie e più di mezza millata di euro per fare il cammino di Santiago.

E' una lunga marcia di morte e di sofferenza per raggiungere una meta che non conosci e non sai perché vuoi raggiungere. All'inizio le cose ti sembrano facili. Poi le prime vesciche ti ricordano la miseria dei due puzzolenti strumenti con cui ti trasporti lungo la terra. Poi cedono i muscoli. Dopo alcuni giorni solo il dolore e la testardaggine ti tengono in vita e ti fanno camminare.

Quella testardaggine che ti fa vedere bella una fattoria della Galizia cento volte più triste della più triste delle nostre fattorie venete. Che ti fa trovare un senso e una poesia di fronte ai campi secchi e aridi. Che ti fa parlare per ore con una persona con cui mai, in condizioni normali, scambieresti una parola. Sia essa parte del tuo pullman, sia essa una tardona americana scema come una mela bacata, un giovane coreano che ti irride per l'arbitro Moreno a dodici anni di distanza o gente simpatica da Vicenza o da Udine. E allora il romanico ti pare persino bello. Perché quella durezza di quella pietra grezza, violenta, a tratti triste delle chiesette di campagna pare messa lì da secoli - e in effetti lo è - e pare durerà per sempre - e durerà davvero ti sembra delicata come un mosaico di Aquileia. Così quel tempietto isolato, dove un prete di 120 anni ti timbra con stanchezza la credenziale, quel triste passaporto da pellegrino macchiato d'inchiostro, sembra pulita come santa Giustina o ricca come sant'Antonio. Anche se le statue di terracotta paiono rubate da qualche giardino kitch e per terra, tra la polvere, si notano perfettamente le piste tracciate dai topi durante i loro gran premi.

Il dolore diventa amore. Un mantra che ti ripeti tipo Rocky mentre viene devastato dalle teghe di Apollo Creed. Quel corpo che annulli durante un anno di sbattacchiate feroci nonstop alla tastiera reclama la sua esistenza. Ti dice che ti può aiutare a portare a termine questa follia iniziata dalla testa, mentre il cuore ci mette il suo e butta tutto il suo carburante. Anche quello che pensavi di non avere mai avuto.

Ti scombussola i piani, Santiago. Parti solo con i cerotti per le vesciche sui talloni, quelle che hai sempre avuto, e le uniche - ripeto, le uniche - vesciche che non ti vengono fuori sono quelle ai talloni. Porti il materassino che pesa ma non ti serve. Pensi di alimentarti in un modo e invece devi modificare totalmente tutto, perché tra la teoria dei blog e delle guide e la pratica tua personale c'è un mondo di mezzo.

Il tempo bastardo fa i suoi giochi ma tu te ne freghi. E i chilometri, incisi sui segnastrada si susseguono incuranti lungo le viuzze. Le frecce gialle ti aiutano a spegnere il cervello, o quel che ne resta. Mentre i rantoli di fatica, gli sputacchi di stanchezza e le esalazioni di fiato tipo novantenne con l'enfisema diventano preghiera. Una preghiera rozza e sincera che dicono che da quelle parti funziona.

E così, dopo albergue spartani, bocadillos da quintale tanto sgraziati quanto buoni, colture batteriche che crescono gialle e rigogliose tra i cerotti e le vesciche, arrivi a Santiago. Ti aspetta quella cattedralona brutta fatta nel pieno del medioevo. La messa è animata da bambini stonati che sembra cantino male apposta come concorrenti di Corrado. Della messa in spagnolo capisci solo il Vangelo. Eppure sei arrivato. L'indulgenza su pergamena pesa in mano come una laurea. Non provi tante emozioni, se non il sapere di esserci. Di avercela fatta. E allora, tra stonature, oscillazioni del mega turibolo da venti tonnellate e gente disperata che si aggira come zombie dopo un mese e oltre di cammino - a differenza tua che ti sei fatto solo cinque giorni - inizi a parlare con Giacomo. Uno dei primi apostoli. Il primo a farsi ammazzare.

"Come stai?" Gli domandi. Hai poco da chiedergli. Del resto, non è stato un fenomeno sparamiracoli come Padre Pio, un sognatore come San Francesco, un dotto "cristoforo" come l'immigrato portoghese Antonio. Ma un apostolo anonimo che è morto subito. Sei vistosamente in imbarazzo. Ma lui ti risponde comunque. E' abituato alla gente come te. Ne ha visti a migliaia in più di un millennio. Ti parla. E ti fa capire che se è lì, se la gente l'ha voluto lì, così importante, così luminoso da dedicarci un'intera città è perché era così vicino a Gesù. Non ci sono tanti altri motivi.

E allora capisci che tutti i tuoi chilometri, le tue vesciche, i tuoi malfunzionamenti atavici che restano e ti accompagnano - e ti accompagneranno - lungo tutto il cammino, non erano rivolti verso san Giacomo, anonimo apostolo che compare più che altro per uno scaboroso tentativo di raccomandazione ante litteram. Ma verso il suo Capo. San Giacomo ti spiega che in fondo in fondo, tutta la nostra vita è un cammino verso di Lui. Il bello è che camminiamo verso di Lui anche quando non lo sappiamo. Anche quando, testardamente, pensiamo di fare la strada opposta per evitarlo. Ma Lui c'è, anche quando l'aridità, il silenzio, la freddezza arrivano a un punto tale che non ti fanno nemmeno più paura, qualche segno te lo dà comunque. Almeno per farti camminare fino a quando le luci non si rischiareranno di nuovo.

Un altro strappo di pullman e sei a Finis Terre. La fine del mondo, l'ultimo baluardo di dominio dell'uomo prima dell'Atlantico. Il gioco delle altezze, della prospettiva, l'odore impetuoso del mare rendono ancora più impetuoso e gigante l'Oceano. E ti spaventa come un titano della mitologia classica. La leggenda vuole che i medievali pensassero che oltre quell'orizzonte le navi sarebbero cadute nel vuoto: sai che è un falso storico, mentre i redneck americani della Flat Earth Society ne sono davvero convinti, ad oggi, 2014.

Ma poi il Sole - quello stesso sole che hai visto brillare ad Assisi, a Roma, ma banalmente anche oltre la siepe di casa tua ti scalda e riduce quella paura. E da formichina impaurita torni ad essere il centro della scena. Il centro dell'Universo. Anche solo per un istante. E capisci perché l'idiota di Di Caprio, di fronte all'Oceano, gridava di essere il "Re del Mondo". Che pezzente. Lui non se l'era conquistato camminando 115 chilometri. Non sa che cosa significa conquistarselo. E il bello che è non sei da solo. Anzi, non sei mai stato da solo, nonostante tutti gli sforzi consci ed inconsci per restarlo.

Al di là di tutto il cammino Santiago resta una boiata. Illogica, una faccenda da ridere. Come è illogico donarsi agli altri. Come è illogico sacrificare anni della propria vita per andare all'estero e magari morire di Ebola. Come è da imbecilli comportarsi onestamente e anzi farsi in quattro per il volontariato in una società di iene feroci. Come è illogico mantenere la parola data, scottarsi, anzi, ustionarsi perché di gioco se ne conosce solo uno, mentre il doppiogioco e il triplogioco per te sono solo traduzioni italiane di manovre difensive del giuoco del baseball. Come - diciamoci la verità - è illogico salvare il mondo morendo in croce. Ed è questa irrazionalità che ci ha salvato tutti, una domenica mattina di duemila anni fa. E' questa irrazionalità che fa ancora andare avanti il mondo.

L'importante è capirlo. L'irrazionalità non è mancanza di senso. Ma la presenza di un senso diverso rispetto a quello che dai per scontato, sicuro, in cassaforte. Rispetto ai tuoi piani. Persino della definizione che hai di te stesso.

E forse proprio i 115 chilometri più inutili della mia vita si riveleranno i più importanti.
O forse no, forse tutto resterà come prima, ma è bello pensarla così.

sabato 9 novembre 2013

O Europa o morte! A caldo, da Openfield.

Una festa di compleanno triste.

E' questa l'immagine che mi porto a casa da Openfield di oggi, e, in particolare, dalla tavola rotonda nella quale Pierluigi Castagnetti e il senatore Gabriele Albertini, entrambi con una lunga esperienza da parlamentari europei erano chiamati a tracciare un profilo dell'Europa di domani. E soprattutto come arrivarci.

Per festa di compleanno triste intendo quei mesti genetliaci di alcune persone, che invece di gioire per il futuro che hanno di fronte, si lamentano delle sfighe del presente e degli errori del passato. Le candeline sono la condanna di un tempo corso troppo in fretta che ricorda, senza pietà, tutte le cose non fatte, o peggio ancora, fatte male.

Non hanno detto nulla di sbagliato. Sognavo però di sognare, non solo di fare i
conti con le disgrazie del presente.

Ringrazio Castagnetti e Albertini per le precise indicazioni fornite. Li ringrazio per avere messo il dito nella piaga di un'Europa bloccata sul nascere, quando si doveva cominciare a giocare sul serio, a Nizza, nel 2000, dalla paura e dalla codardia dei capi di governo. Di un'Europa incapace di incidere, che ha sì una moneta unica da gestire ma che non ha un vero e proprio governo che detti una linea economica. Di un'Europa giocoforza germanocentrica dopo l'allargamento, in cui Frau Merkel aumenta di mese in mese la sua influenza come il bulletto in piena pubertà che diventa sempre più il terrore dei bimbi gracilini nei giardinetti pubblici.

Albertini e Castagnetti - ma soprattutto Castagnetti - hanno prefigurato stasera il disastro dell'Unione continentale in occasione delle prossime elezioni europee. Il rischio concreto è che gli anti-europeisti posino in gran numero le loro terga sugli scranni di Bruxelles. E che il sogno di Adenauer, Schuman e De Gasperi naufraghi definitivamente tra gli scogli delle scuregge e dei vaffanculo di Beppe Grillo e della faccia da mr. Bean di Nigel Farage, condannandoci, di fatto, alla marginalità in un mondo sempre più globalizzato, a farci fare il sederino a tarallo dalle economie emergenti dei BRICKS.

Quando ero bimbetto l'europeismo lo si costruiva anche con le canzoncine della Cristina d'Avena. Intrattenimento costruttivo. E adesso? Cliccate per sentire la voce della D'Avena quand'era ancora mezzosoprano e non contralto andante.

Il magone mi è sorto spontaneo come una domanda di Lubrano. Mi è passata, nel mare di mestizia, pure la voglia di farmi fare da Albertini un'imitazione personalizzata di Paolo VI come fa di solito a quei simpatici senzadio di Cruciani e Parenzo.

Se non mi sono dato fuoco in uno dei corridoi della Facoltà Teologica è soprattutto grazie alle parole di speranza udite da mons. Aldo Giordano, osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa uscente e nuovo nunzio apostolico in Venezuela, al posto di Parolin, come vescovo, entrante. Nel suo nuovo libro: "Un'altra Europa è possibile", sintetizzato per l'auditorio, ha delineato come la Chiesa può incontrare e risvegliare l'Europa proprio nel suo bisogno di Dio, sintetizzato nel "Dio è morto" di nietzschana memoria. Un'Europa che, dopo essere stata scombussolata dalla crisi come una vecchietta sulle montagne russe di Gardaland, ha perso la sua spocchia e la sua sboronaggine ed è di nuovo capace di ascoltare e di mettersi in ricerca, illuminata da un Dio che muore non solo figuratamente ma davvero. E risorge per noi, con noi.

Al suo confronto, Albertini, e in particolare Castagnetti, mi sono sembrati delle prefiche siciliane che si strappano i capelli (chiedo scusa all'ex sindaco di Milano per l'esempio infelice) dietro un carro funebre, trainato da splendidi cavalli, con dentro la cassa da morto contenente l'Europa.

Mons. Aldo Giordano. Personalmente, la mia scoperta di oggi.

Ripeto: li ringrazio per le loro parole. Loro hanno fatto la pars denstruens, io qui, delirando col mio stile da blogger giovine e aggressivo, propongo la pars construens. Che leggerò solo io, ma, che me ne cale?

Il buon Castagnetti ha individuato i due momenti di massimo splendore per l'europeismo nella fine della seconda guerra mondiale, con lo spirito di Ventotene, che portò al trattato di Roma, e nel crollo del muro di Berlino, con l'asse Kohl e Mitterand, che portò all'Euro. Due momenti critici, tremendi, in cui l'Europa ha fatto i conti davvero sul perché deve stare insieme, coi piedi nudi posati ancora sui cocci taglienti della follia nazista e comunista. Abbiamo davvero bisogno di superare una tragedia, un lutto, una disgrazia per unirci, volerci bene e capire che è fondamentale stare insieme? Cosa ci serve? Una pandemia? Un'apocalisse zombie? Un'invasione aliena?

No, ma, seriamente, ve lo immaginate un Indipendence Day con Barroso che fa
il celebre discorso del presidente Whitmore? L'unico in Europa con il carisma
necessario per farlo è vestito di bianco ed è, formalmente, di nazionalità argentina.

La proposta la faccio io: rendiamo il superamento di questa tremenda crisi il rito di iniziazione, il mito fondativo della nuova Europa federale, degli Stati Uniti d'Europa. Facciamolo da cristiani, facciamolo insieme. Proponiamo una visione, un sogno, nel silenzio del cuore e nel frastuono delle parole vuote che stiamo attraversando. Noi cristiani ce l'abbiamo: è la stessa speranza che ci anima da duemila anni. "Se Cristo ha vinto la morte - ricordava, in un tripudio di gioia e di carisma pastorale, un meraviglioso mons. Giordano - ci aiuterà pure nella crisi economica, nella gestione dell'immigrazione e negli altri problemi che abbiamo come Europa".

Io sono ottimista, testardamente ottimista, dannatamente ottimista: anche se la tergona non coitabile e qualche mesto politicante riuscirà a farci disinnamorare dell'Europa, anche se da giugno gli euroscettici non solo dovessero ottenere un bel risultato, ma addirittura divenir preponderanti, e dovremmo assistere ai movimenti intestinali di quello che faceva la pubblicità dello yogurt Yomo anche a Strasburgo, l'Europa non finirà. Non torneremo a stampare le lire, ad esibire il passaporto a Ventimiglia o a sparacchiarci in una trincea sulla linea Maginot per il controllo delle miniere dell'Alsazia e della Lorena.

L'Europa deve rilegittimarsi, ridarsi senso, anche quando le radici dei ricordi iniziano
ad asciugarsi dal sangue versato nelle due guerre mondiali. Non basta però
ricordare gli orrori prima dell'Europa unita e i 70 anni di pace che l'Unione ci ha regalato.
Bisogna, a mio avviso, trovare nuovi miti fondativi.
Perché l'Europa è un processo avviato, non si può fermare. Dovessimo attendere venti, trenta, quarant'anni, gli Stati Uniti d'Europa saranno realtà. Perché la storia va lì, in quella direzione, e non si può cambiare. Da Cesare a Carlo Magno, da Napoleone a Hitler, da Adenauer al professor Monti, l'idea di Europa (e le sue orrende deviazioni) non ci abbandona. E nel mondo dove le distanze sono ormai zero, per contare o siamo uniti o non ci siamo. O Europa o morte.

Forse abbiamo solo bisogno della visione politica di qualcuno capace di vedere due centimetri al di là del suo naso. Aspettiamo, ne varrà la pena.

Prima o poi, qualche politicante illuminato dalla scaltrezza e dallo Spirito con la S maiuscola si rialzerà dalla polvere e dalle macerie lasciate dai governi egoisti e dagli euroscettici di pancia. Un raggio di luce lo illuminerà ancor di più, e le speranze di tutti si riaccenderanno di colpo, fortissime, come destatesi da un sonno durato secoli, come l'alba che squarcia il buio orizzonte. Quel qualcuno non farà cose straordinarie. Sarà semplicemente, come Carlo V, come Shumann, come Kohl, come Prodi, come Mitterrand, l'ennesima pedina della storia, che, sotto dettatura, farà il suo compitino. Spalancandoci le porte del futuro.


P.S.

Se avete davvero compiuto l'impresa di arrivare alla fine di questo post, lasciatemi un commentino, grazie.

giovedì 7 novembre 2013

Segni di croce in motorino

Devono avermi davvero traumatizzato da bambino.

Nei primi anni di vita cosciente, infatti, ho interiorizzato gran parte dei contenuti relativi alla fede cristiana come norme da rispettare, preghiere da dire, gesti da fare. Il vero Vangelo l'ho conosciuto molto più tardi, nel silenzio della grotta sul Gave, nella sofferenza di Giovanni Paolo II, nelle parole di Benedetto sulla ricerca dei magi nella spianata di Marienfeld a Colonia, nell'infinita misericordia di chi supera di gran lunga con l'amore la nostra miseria.

Farisei d'annata, cristiani che se Cristo tornasse in terra fisicamente non lo
crocifiggerebbero più, dato che la crocifissione è passata di moda.
Si limiterebbero a fargli fare un giretto nella macchina del fango. 
Della vecchia religione legalistica e farisaica ho conservato però parecchio. L'ho fatto perché molte pratiche, una volta riorientate, sono comunque utili e preziose per una vita interiore che si rispetti.

Ho mantenuto l'abitudine di farmi sempre il segno della croce di fronte a chiese, capitelli, immagini sacre. Così, sovrappensiero. Anche in bici e in motorino.

Nei miei tragitti in motorino casa-lavoro c'ho i miei posti "segno di croce". Ormai naturali, marchiati a fuoco nel mio GPS cerebrale. Tra questi la basilica del Santo, il Duomo di Padova, la statua di Pio X.

Questa foto l'ho scattata io, il 17 marzo del 2011, giorno in cui
l'Italia unita spegneva le sue prime 150 candeline. Qualche
simpaticone aveva pensato bene di festeggiare la ricorrenza
macchiando con la vernice verde il municipio. Il
sindaco Rinuncini mi commentò così, per il mio pezzo sul
Mattino : "Si sono dimenticati il bianco e il rosso per fare il
tricolore". Nella foto si nota, da solo, a sinistra, mio papà, mentre
il primo da sinistra nel gruppetto è il compianto Dino Moro,
consigliere mancato pochi mesi fa.
Mi sono accorto, però, recentemente, che mi faccio, senza volere, il segno della croce anche di fronte al Municipio. Inizialmente è stato uno shock.

"Perché richiamo la dimensione sacra di fronte al luogo in cui entro per carpire informazioni, aspettare il sindaco, scherzare con quel zuzzurellone di Maurizio della segreteria e importunare qualche povero impiegato degli uffici tecnici?".

Poi mi sono dato una spiegazione.

Trono e altare. Le due spade. Il rapporto tra mondo sacro e mondo politico è antichissimo: ci sarà una ragione.

Farsi il segno della croce di fronte al luogo per eccellenza della politica e dell'amministrazione locale. Non solo è giusto, ma è sacrosanto.

Carlo Magno.
Derido i nostalgici di partiti politici di vent'anni fa.
E io ammiro un casino un politico di 1200 e passa
anni fa. Tant'è. Ma il buon Karl der Große è il vero
padre del nostro Occidente. Sovrano giusto
e illuminato, ha dato un boost all'Europa,
aiutandola a "snebbiarsi" dai fumi dell'Alto
Medioevo. E la fede, ovviamente, è stata per
lui fondamentale. La Chiesa lo venera come
Beato, checché se ne ignori la devozione. 
Ogni potere deriva da Dio. Ma soprattutto, la politica è l'arte non tanto del compromesso, quanto del bene comune. E' la massima opera di carità. E' la presa di responsabilità assoluta della creazione di Dio. E può essere animata dalla carità stessa, come spiega Benedetto XVI nella "Caritas in Veritate". E la carità, l'amore, è Dio stesso, come ci ricorda sempre il buon Benedetto XVI - del quale sentiremo sempre più la nostalgia nonostante quel sole splendente che è Francesco - nella sua "Deus Caritas Est".

Quel segno della croce, fatto in velocità in motorino in Viale del Lavoro, con l'asfalto irregolare che ti fa sussultare su e giù come i fagioli dentro la pentola a pressione, non è solo preghiera di raccomandazione. Ma è anche, e soprattutto, il riconoscere che il sacro non ha confini.

E' sacro il lavoro che c'è ed è sacro il lavoro che manca. E' sacro lo sport. E' sacra la musica, anche la musica che non è sacra. E' sacra la sessualità. E' sacro il cibo. Ed è sacro l'impegno politico.

E i "consacratori" di tutte queste dimensioni siamo noi: sacerdoti, re e profeti. Anche con un segno di croce in motorino.