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lunedì 28 dicembre 2015

"Intorno al Ring" - una non recensione


Ho divorato in questi due giorni “Intorno al Ring”, un dono che Babbo Natale che risponde al nome di mio fratello mi ha fatto a corredo della t-shirt originale di Daniel Bryan. “Intorno al Ring” è un’inusuale quanto scorrevole autobiografia wrestlingara di Michele Posa e Luca Franchini, le “voci” ufficiale del wrestling in Italia.
Mi aspettavo di conoscere più da vicino i due “ex-ciccioni” che da più di dieci anni rappresentano la mia disciplina preferita. E invece tra le righe, tra le note a margine, c’era scritto anche di me.
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Era il mese di settembre 1999.
Per l’anagrafe avrei compiuto 14 anni solo il mese successivo, eppure la mia vita era già cambiata completamente. Addio scuola media del paese, addio ai compagni di classe conosciuti all’asilo. Ora giocavo la mia partita tra i banchi del liceo più prestigioso di Padova, dove avevano studiato Elisabetta Gardini e Giorgio Napolitano, il pilota Patrese e i rampolli dell’alta borghesia patavina. Il timore di non essere all’altezza delle declinazioni del greco ma ancor di più di essere considerato alla pari con i figli di notai e industriali, mi avevano spinto ancor di più a rifugiarmi nel mondo magico del teleschermo, tra reality incipienti, supersayan e majokko varie.
Fu in quel mese che il sabato pomeriggio, dopo Card Captor Sakura e le nuove puntate di Holly e Benji – con Shingo Aoi che tentava la fortuna all’Inter grazie al falso passaporto di Recoba – arrivò il wrestling.
Ero troppo piccolo – o troppo poco nottambulo – per ricordare le grandi sfide dell’era gimmick commentate da Dan Peterson. Nei mesi precedenti avevo scorto qualcosa di Raw dalle immagini criptate in stile Tele + del canale per i militari americani. Impazzivo per Celebrity Death Match, per la lotta olimpica, per le “botte”, come tutti i 13enni sani di mente.
Ma ricordo distintamente l’impatto quasi stendhaliano di fronte alla WCW del 1999. Adoravo il mid-card dei pesi cruiser, i loro voli, Rey Mysterio senza maschera, la grazia di Eddie e Chavo Guerrero, la netta distinzione tra bene e male in Juventud Guerrera, La Parka e Psychosis. E poi i colossi: il carisma di Sting, la devastazione di Goldberg, la specchiata bontà di Kevin Nash (erano mesi da face per lui), il quoziente intellettivo di Sid Vicious.
Potrei stare qui ore a dire quanto sia legato a quel wrestling (che in realtà ho visto davvero poco, specie se paragonato alle centinaia di ore di WWE fagocitate nei 15 anni successivi), quanto abbia padroneggiato WCW Mayhem alla Playstation 1, quanto alla fine i pochi mesi da mark puro fossero belli…
Ma vi annoierei a morte. Il wrestling – come ogni nostro hobby, passione o interesse – non è il wrestling (scusa Max Landis). Ma il nostro rapporto con esso. È ciò che ci è piaciuto e ciò che non ci è piaciuto. Sono le pazzie che abbiamo fatto per esso. Sono le ore passate nei forum o di persona a fantasticare scelte di booking, a creare trame, a saltare sul divano per i bump. È ricordarsi il giorno in cui è morto Eddie Guerrero, o quando quella notte, in diretta su Sky, avevi condiviso con Posa e Franchini la preoccupazione nel vedere presentarsi a Vengeance per il vacante titolo ECW CM Punk al posto di Chris Benoit.
In fondo, è come se il tempo si fosse fermato. Quando scrivo un articolo, convoco una conferenza stampa o posto su Facebook qualcosa a nome di tale ufficio o tale azienda posso dire di avere 30 anni. E posso dire di sentirne tutto il peso.
Ma quando vedo l’ironman match tra Sasha e Bayley, gufo Roman Reigns o prego la Madonna di Czestochowa per assistere a John Cena che turna heel pestando pure i bambini di “Make a Wish”, se mi guardo allo specchio ho di nuovo 13 anni. Sul tavolo ci sono ancora le versioni di greco da tradurre e al telegiornale ci si lamenta del governo Amato responsabile del Millennium Bug.
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Posa e Franchini alla fine sono come noi. Sono noi.
Che li amiate o che li odiate, se nell’iperuranio platonico esistesse uno scaffale dedicato alle passioni, “l’amore per il wrestling” avrebbe il faccione di Posa e Franchini, come un Giano bifronte. “Intorno al ring” è una canzone d’amore che il Bardo e il Godzilla intonano nei confronti di questa disciplina così incomprensibile, che mescola le arti marziali alle tragedie di Euripide.
Ma non è uno spettacolo: quello che Posa e Franchini raccontano è uno scenario in cui noi – tutti noi fanatici – abbiamo un ruolo da protagonisti. È come se ci fossimo anche noi quando Fabio Guadagni chiama Kiniluca e il Bardo per realizzare un sogno. Ci siamo anche noi quando i divi prima visti da lontano dopo dieci ore di macchina diretti in Germania ora sono atleti che si mettono in coda per farti intervistare da te. Quando il desiderio di una vita – quello di commentare una Wrestlemania a bordo ring – diventa semplice normalità.
“Intorno al ring” non è un libro di wrestling. È la storia di un sogno che si realizza, una storia che i fan di wrestling non possono non conoscere. Sarà un po’ conoscere sé stessi.

domenica 20 settembre 2015

Ferite


Per stare male non ho bisogno di vedere i filmati degli “scherzi” con cui qualche bullo ha ucciso – moralmente e materialmente – Andrea Natali, il giovane che si è tolto la vita a 26 anni impiccandosi in camera sua.
Mi basta questa foto. Il dolore della mamma, col volto composto della casalinga che l’ha cresciuto preparandogli da mangiare e rimboccandogli le coperte da piccolo. Il dolore del papà, questo artigiano che si domanda, tenendo con la mano grossa grossa come una reliquia sacra l’immagine del figlio, se le cose sarebbero potute andare diversamente. Se solo Andrea avesse incontrato altre persone lungo il suo cammino.
Questa foto mi angoscia terribilmente perché in questa mamma e in questo papà mi pare di rivedere i miei genitori. Per certi aspetti ci assomigliano anche un po’.
E provo a immaginare se oggi, invece che su “La Stampa”, questa foto fosse stata pubblicata sul “Mattino”. Ma con i miei genitori. E con una mia foto tra le mani.
Questa immagine, e la notizia che l’accompagna, mi fa ricordare come anch’io, alle medie, sia stato vittima di bullismo. “Lo siamo stati tutti”, penserete. Forse è vero. E ripensandoci si è trattato probabilmente di poca roba da pesare nella bilancia che è la vita. Anche io ero “particolare”, un tipo un po’ intrattabile, in quegli anni di benessere economico che ricordiamo come la fine anni ’90.
Ma quando il bulletto ti chiama ripetutamente “merda umana” e nessuno della tua classe dice nulla per difenderti, quando i professori osservano le ritualità del branco senza proferire parola, annoiati e stanchi, quando in tre anni sei l’unico della classe a beccarti una sospensione perché al termine di una mattinata di continue prese in giro batti il piede per terra e il bulletto fa finta di essere stato colpito… E tante, tante altre situazioni… Una cicatrice ti resta. Anche quando puoi rimani in “buoni” rapporti con quelle stesse persone. Perché poi si cresce e si mette la testa a posto.
Ma intanto, quando hai 13 anni, pensi che sei tu quello sbagliato. Totalmente sbagliato. Che è meglio stare da soli per evitare grane. Che tanto la tua presenza è inutile e che sono loro, i “bulletti”, quelli che hanno capito tutto della vita. E allora ti isoli davvero. E resti solo. Coltivi il tuo microcosmo. E quando arrivano gli amici, quelli veri, e ormai hai oltre vent’anni, le cose iniziamo a sistemarsi. Ma sai di esserti perso molto nel frattempo, a partire dai compagni di classe delle superiori dei quali non hai mai coltivato amicizie davvero profonde perché ancora troppo “scottato” dai coetanei delle medie. Sai che quelle cicatrici – forse non le uniche – resteranno. E condizioneranno ancora a lungo quello che sei. Anche se in sostanza quello che è capitato a te è un centesimo di quello che è capitato, in età adulta, al povero Andrea di Vercelli.
Se scrivo queste righe non è per denunciare ingiustizie ormai cadute in prescrizione, né per chiedere a chi fa il nobile lavoro di professore, o veglia sui luoghi di lavoro o nei più disparati contesti sociali, dagli allenatori agli animatori, di impedire che certi “scherzetti” innocenti si tramutino – come al loro solito – in ferite che non guariscono più. Specie ora che ci sono gli smartphone.
È che questa foto, in questa mezzanotte di venerdì sera, mi fa un male cane e non so spiegarmi il perché. Ma forse è perché rappresenta l’impotenza di chi ti vuole bene di fronte a un mondo che non vede l’ora di sbranarti, senza un valido motivo, per giunta.

martedì 13 gennaio 2015

Provvidenza. Il perché di una strada.


Devo una spiegazione a chi in queste ore mi vede esplodere di contentezza.
Febbraio 2002. Un ragazzino timido e introverso, dotato però di quintali di fantasia, dopo mesi di tentennamento e paure ataviche decide di rompere le scatole al papà per avere un computer nuovo dotato di accesso ad Internet. Questo ragazzino va benino a scuola, ma non è un mostro come il compagno di banco Paolo Fania. Fa il catechista, attività che gli piace molto, ma non osa diventare anche animatore ACR perché teme il contatto con i coetanei, considerati troppo "chiassosi e casinari". Il futuro per lui è un'incognita. "Alle medie dicevano che avrei potuto fare l'avvocato perché parlo tanto". Si ripete. E allora? Giurisprudenza? Scienze Politiche? Altre idee nebulose da seguire? Forse. Ma nessuna di esse è colorata di quel verde speranza che connota ogni sogno degno di tal nome.
Quel ragazzo teme Internet. Ha paura di diventarne dipendente, e che il tempo sottratto agli studi lo renderà un fallito, perché tutti lo sanno: un 5 in un'interrogazione di filosofia in prima liceo (classico) non solo ti impedirà l'accesso all'Università, ma ogni ipotesi di felicità futura. Ma alla fine i videogiochi on line descritti sempre da tal Fania vincono ogni resistenza e quel PC arriva. Internet non funziona per un mese abbondante. Poi parte, magicamente, la domenica delle palme del 2002.
E quel ragazzo non peggiora il suo rendimento scolastico, semplicemente, inizia a scoprire il mondo filtrato dal modem. Prima il web era una "toccata e fuga" dal laboratorio del Liceo Classico Tito Livio(come non ricordare il sito della WWF quando ancora si chiamava così). Ora c'erano i tempi dell'approfondimento.
All'epoca funzionano i newsgroup. La gente, per non tenere il telefono occupato ore e soprattutto per non spendere tonnellate di nuovi euro (ex-vecchie lire) in bollette, navigava con outlook. Scaricava tonnellate di mail e poi chiudeva tutto.
Il ragazzo adora gli anime, i cartoni animati giapponesi. Soprattutto Ranma, trasmesso dalle Tv locali. La storia di un giovane maestro di arti marziali che diventa donna se si bagna con l'acqua fredda. Una storia comica, demenziale, imperdibile se hai 16 anni.
Il giovane del Tito Livio, che ricordiamo, è anche molto sovrappeso, si imbatte in un archivio di fanfiction. Storie comiche, demenziali, che collegano i personaggi dei cartoni ai protagonisti dello sport, della politica, dell'attualità, generando ore e ore di divertimento e di fantasia. Il ragazzo è colpito soprattutto da un autore, il primo e il più importante. Dalla mail capisce che è dell'Università di Padova, come tre quarti dei giovani del Nordest, e che ha scritto a metà degli anni '90. Il suo stile lo colpisce. Ricorda Benni, ma non è Benni. Crea situazioni fantastiche, geniali, satiriche e allo stesso tempo umoristiche oltre ogni misura. Quell'autore lo conquista non solo perché è il migliore, ma perché non si pone limiti. I personaggi si incontrano tra loro, mondi diversissimi vengono a cozzare. Impazzisce per la commistione di generi e di situazioni. E allora, il 5 maggio 2002, allietato dalle lacrime di Ronaldo che decretano lo scudetto per la sua Juve, inizia a digitare tasti a casaccio. Lo farà per tutta l'estate. E questo ragazzo dà vita a mondi paralleli.
I primi file di testo (Word no, Word troppa confusione) ricalcano la punteggiatura e lo stile di questo autore. Ci sono errori giganteschi, enormi, di ortografia, oltre che di grammatica. Il lessico è un disastro, povero come il Ministro del Tesoro greco. Ma migliora, giorno dopo giorno. Il ragazzo, che ha sudato un'estate in palestra perdendo una quindicina di chili, quando torna a scuola è un altro. Inizia a prendere qualche 9 nei temi d'italiano, quando prima prendeva solo qualche 6. "Fa" si scrive senza apostrofo. Il congiuntivo non è una malattia dell'occhio ma un modo verbale. E così via.
Ma il cambiamento più grande è nella testa. Capisce che forse ha trovato qualcosa che gli piace davvero. Scrivere. E questo gli dà sicurezza in ogni campo della sua vita.
Nel novembre 2002 il suo professore di italiano, consegnandogli un tema satirico valutato con un 9, gli mette una mano sulla spalla e prorompe: "Sicuramente ti farai strada in questo campo". La rotta viene tracciata. E resterà quella.
Certo: tempeste, disastri, naufragi si susseguono. Ma non ci sono dubbi sulla scelta del percorso di studi. Non ci sono dubbi, per quel ragazzo, sul fatto che pigiare tasti su una tastiera sia la cosa più bella del mondo. Aspettare le reazioni. Gradire un complimento e arrabbiarsi per una critica ritenuta - forse troppo - ingiustificata. Spingersi con la fantasia creando scenari assurdi e proprio per quello unici, anche nel commentare qualcosa di così banale da far venire il latte alla ginocchia.
Non sa per chi scriverà. Sa che scriverà. Romanzi, articoli, storie, interviste, comunicati stampa, testi per trasmissioni radiofoniche, sms, newsletter, tweet. Basta dar vita alle parole. Il suo animo cattolico lo porta in una certa direzione, mediatica-comunicativa, che non tradisce in alcun modo quella spinta fantasiosa. Anzi. Il ragazzo si pente di non aver messo abbastanza passione e sogno in quella sua voglia di creare, come il Padre nella Genesi, abbastanza mondi dal nulla di una schermata bianca.
L'autore misterioso, il motore immobile che ha dato il via a questa deprecabile serie di eventi, resta tale per 15 anni. Il ragazzo, specie all'inizio, prova a contattarlo per mail, ma riceve in cambio solo messaggi di errore. Poi se ne dimentica, anche se ogni giorno segue il moto innescato da quel motore. Se nel frattempo, in California, un ragazzotto ebreo non avesse creato il Moloch dal quale state leggendo questa storiella, probabilmente tutto sarebbe finito qui. E invece no.
Perché nel gennaio 2015, il ragazzo, che aveva già avuto in passato alcuni sospetti, chiede su Facebook l'amicizia a un signore dal nome inequivocabile che trova per caso.
E' uno del posto. Abita a pochissima distanza da lui. Uno sceneggiatore che scrive un film non si inventerebbe mai un colpo di scena così incredibile, per l'appunto, non credibile. Perché in un paese di 60 milioni di abitanti è statisticamente impossibile che un nome anonimo da internet che senza volerlo ha indirizzato nel verso giusto la tua vita appartenga ad uno del tuo paesello, che conta per lo più poche migliaia di abitanti. E invece questo avviene. Mi presento. Forse il signore nemmeno ci crede. Probabilmente i ricordi di quelle storielle sono più annebbiati per lui che per il ragazzo, ormai alle soglie dei 30 anni. Ma si dichiara sorpreso e incuriosito, anche perché forse per lui quelle storielle erano un divertissement simpatico e una pietra miliare dell'esistenza. Inutile fare dei complimenti: il ragazzo si limita a dire grazie. Un grazie al signore, fantastico autore di fanfiction degli anni '90, e un grazie alla Provvidenza, che dalle piccolissime cose ti mette sempre nella strada giusta, a volte pure prendendoci un po' in giro.

sabato 2 novembre 2013

A tre anni dalla grande alluvione: strani parallelismi tra l'incuria di sé e l'incuria del territorio

Mi piace fare dei salti indietro nel tempo.

Rivedermi, negli anniversari, e pensare dov'ero, che stavo facendo, cosa indossavo, a che cosa pensavo.

E così mi sovviene che tre anni fa, in questo momento esatto, ero seduto alla scrivania dell'assessore Adriano Cappuzzo. Sotto le dita lo stesso computer, gli stessi tasti che sto pestando adesso.

Di fronte a me Fabiana Pesci - anche lei del Mattino. Di fianco a lei Giovanni Viafora - del Corriere del Veneto.

Tutti impegnati a condensare, ospitati in quel micro-ufficio, chi in più chi in meno righe, l'immane dramma di cui eravamo stati testimoni privilegiati. L'alluvione del 2 novembre 2010: l'argine squarciato dalla pressione del Bacchiglione, durante la notte, all'altezza della discarica. Milioni di tonnellate d'acqua che si riversavano per la campagna. L'acqua che saliva, pian, piano, contro la gravità, fino a lambire il Municipio. Poi, nel pomeriggio, l'acqua che trovava come farsi strada verso sud, inghiottendo prima Casalserugo e poi Bovolenta. Le case divorate dall'acqua e dal fango. E poi, dalla miseria più nera.

Mattina del 2 novembre 2010. Sul forum che frequento mi hanno irriso per settimane solo
per quel mio essere comparso su un telegiornale nazionale. In realtà ero nell'angoscia più nera. 


Ricordo gli anziani in carrozzina in attesa nel salone del municipio, i volontari che prendevano ferie per star vicino agli alluvionati, la giovane coppia, con lei incinta, venuta ad occupare il suo nido d'amore solo il giorno prima che il fango lo rovinasse irrimediabilmente.

Non scendo nei particolari, anche perché i particolari, anno dopo anno, in occasione degli anniversari, sono stati sviscerati e riportati su carta, sul web, sulle immagini delle Tv, prima che l'oblio riducesse pian piano i loro spazi fino quasi a scomparire, in attesa che tragedie come queste abbiano a ripetersi. Prima o poi.

Le scarpe impiastrate di fango, il corpaccione da 140 kg (più di 40 chili in più di adesso) affaticato e stremato, il giaccone sgualcito inumidito per il sudore da dentro e per la pioggia da fuori.

Scrivevo per il Mattino da ventitré giorni. Troppo poco per capire come affrontare un disastro che anche colleghi ben più anziani avevano timore di approcciare. Ma nel cuore, un pensiero: "Se avesse rotto un poco prima, o addirittura a Roncaglia, dietro casa mia, avremmo avuto decine di morti". E il panico.

Impossibile descrivere come ci si sente di fronte al trionfo schiacciante delle forze della natura
sopra il dominio umano. Una ribellione che non si può schiacciare.

Abbiamo smesso di considerare la natura, il cambio delle stagioni. Abbiamo iniziato ad annullare l'estate coi condizionatori e l'inverno coi termosifoni, ignorando la possibilità, che ne so, di indossare un maglione invece di alzare il termostato. Abbiamo smesso di guardare ai fiumi e ci siamo concentrati - come mi ricordava qualche giorno fa il buon Maurizio Padovan del Centro Toniolo - solo sulle strade, sul cemento e sugli impianti produttivi. Sul potere dei "schei".

I pochi che continuano a fregarsene appena un po' della natura sono i vogatori, i cacciatori, i pescatori e qualche altro che si può contare sulle dita di una mano.


La chiesa di Roncajette è stata risparmiata per via di uno strano gioco di pendenze.


Pesavo 140 chili. E non mi pesava. Perché del mio corpo non me ne fregava assolutamente nulla. Non ero io quel corpaccione impacciato, puzzolente e invadente. Non mi radevo, non mi pettinavo. Facevo schifo al mondo e mi facevo schifo io. Semplicemente non ci badavo, e vivevo in un mondo ideale, pulsante di immagini e sogni astratti, sempre più alienato da me. Non che adesso sia un adone, ma in questi anni ho imparato ad entrare in contatto con la mia dimensione più profonda. Ho imparato ad ascoltarmi. Ho capito come controllarmi, e a mangiare fino a che il mio corpo aveva fame, e non fino a quando la mia mente mi chiedeva di sfogarsi col piacere del cibo. Ho capito come curarmi e ho imparato ad andare in giro non come un barbone ma come un piccolo borghese, banale, senza nulla da dire, come tutti.

Il Veneto è uguale. Il Veneto che vedo oggi è lo stesso Andrea del novembre 2010. Si ricorda di essere stato bello. Parla continuamente di radici contadine, di cultura veneta contadina, capace di vivere a stretto contatto con la natura e con i suoi ritmi. Nei suoi sogni il Veneto si vede ancora coi casoni col tetto di paglia, con le vecchiette dai lunghi abiti e dalle cuffie intente a fare il filò, della laguna che si perde a distesa d'occhio, delle montagne purissime ancora non cimitero di milioni di soldati, di città d'arte in cui anche l'ultima delle pietre racconta, cantando in armonia, la sua storia millenaria. E su questi sogni il Veneto investe pure valanghe di soldi, per festival, pubblicità, comunicazione. Per dare un'immagine di sé ormai morta. Il Veneto, segretamente, sa di fare schifo oggi, e vive di ricordi. Perché nei suoi ricordi non solo è bello, è meraviglioso, una terra baciata da Dio in ogni modo con cui Dio può baciare un lembo di terra tra il Po e le Alpi.

Il livello dell'acqua. Senza precedenti. O meglio, con precedenti molto molto remoti.

Ma non è più così. Edificato, cementificato, stuprato ovunque in lungo e in largo, la nostra Regione ha smesso semplicemente di guardarsi allo specchio. Il Veneto non affronta di petto quel suo fare schifo. Quel suo avere un sistema cardiocircolatorio - i suoi fiumi - allo sfascio, dopo decenni di incuria, di vizi, di eccessi. E questo non è che il primo della sua lunga lista di problemi.

Certe opere post-alluvione mi sembrano le cure post-infarto di certi malati che si illudono che una cardioaspirina e qualche piccola operazione possano risolvere tutto. Ma come tutti i post-infartuati, il Veneto deve cambiare regime. Completamente. Deve finalmente tirare la tendina dallo specchio e deve osare guardarsi allo specchio, per accorgersi, finalmente, senza filtri, che fa schifo. Ma, tra le cicatrici degli abusi e le rughe dello sfacelo, il Veneto deve accorgersi di quanto è ancora bello. Di quanto può essere davvero la Regione più bella e più sana del nostro già immensamente bello Bel Paese, se solo smettesse di fumare, di drogarsi e di farsi del male da solo.

Auguri caro Veneto.

Se ce l'ho fatta io, puoi farcela anche tu!

venerdì 1 novembre 2013

Elogio di Jessica Fletcher

Non gli pareva vero.

Le budella di Tommaso Pepi, quando si è trovato di fronte su Google +  al post chilometrico in cui demolivo la signora del West etichettandola come liberal chic frantuma-gonadi, sono ribollite peggio dei cotechini precotti da 8 euro. E lo hanno costretto a prorompere con una pia richiesta:



"Faremo". Così ho scritto, trainato dall'entusiasmo, quando mi sono accorto che qualcuno mi aveva fatto il più uno su Google +. E me ne sono accorto solo quattro giorni dopo dato che su Google + c'è meno gente che alle repliche dei film neorealisti nei polverosi cinema d'essai di città.

"Faremo".

No, caro Tommaso. Riprendo le redini di me stesso. Non lo farò.

Se ti aspetti un articolo umoristico, pieno di battutacce sul fatto che Jessica Fletcher abbia fatto più vittime del vaiolo e dell'ebola messe insieme, resterai deluso.
Se desideri che spernacchi la rustica Cabot Cove, cittadina del Maine sull'Atlantico filmata però sulle sponde del Pacifico dall'altra parte dell'America, probabilmente dovresti leggere qualcos'altro.
Se sei in attesa di insulti allo sceriffo papà di Richie Cunningham, al medico che fa più autopsie di vaccini anti-influenzali, mi secca doverti dare questo dispiacere.

Jessica Fletcher è l'unica che è riuscita a mandare al gabbio pure Magnum P.I.

Farò qualcosa di estremamente controcorrente per la cultura internettiana media, e per una volta, andrò incontro alle vecchiette e alle signore di ogni età che ormai conoscono a memoria gli episodi battuta per battuta come le reghezzine snocciolano i testi delle canzoni di Giustino Biberon.

Amo Jessica Fletcher. La adoro.

E no, non sto parlando in generale del telefilm, ma proprio della donna Jessica Fletcher, in gioventù capace di scacciare, da sola, a bordo di una scopa volante, l'avanzata dei nazisti in Inghilterra.


La vera ragione della sconfitta di Hitler.

Primo punto: non è vero che Jessica Fletcher porti sfiga. Sì, nel telefilm avvengono omicidi a nastro, la piccola Cabot Cove è praticamente stata decimata da mogli gelose, colleghi invidiosi, genitori addolorati in cerca di vendetta.

Ma quello che noi profani leggiamo come un affresco quattrocentesco di stampo siciliano "Il Trionfo della Sfiga" per Jessica è il trionfo dell'ingegno. La gente a Cabot Cove si squarta solo perché nel mare di sangue e budella il vascello della Fletcher veleggi verso nuovi orizzonti di gloria.

Particolare de "Il Trionfo della Sfiga". Lo trovate al Palazzo Abatellis, a Palermo.

E' comunque nell'ordine naturale delle cose che alcuni, in particolare donne, vadano pazzi per le disgrazie. E dunque costoro non possono non vedere in Jessica un'eroina, capace di catalizzare i peggio cataclismi su di sé. Ma la compunta signora Fletcher sovrasta queste logiche terrene da voyeurismo del dolore.

A differenza della sua collega di palinsesto Michaela Quinn, Jessica Fletcher non giudica, non critica, non rompe le balle, sebbene sia molto più tradizionalista e "british". Anzi, è proprio quel suo essere "british", quel fare controllato e cortese che rende Jessica avanti anni luce rispetto a tante macchiette femminili del piccolo schermo.

Jessica, quando capita sulla scena del delitto, cioè sei volte alla settimana, riconosce l'autorità precostituita e l'affianca con gentilezza e comprensione. E le forze dell'ordine di ogni angolo d'America e del mondo non solo lo capiscono, ma si sentono pure onorati di poter lavorare assieme a un tale mostro sacro, perché Jessica ostenta la sua superiorità mentale e morale con i fatti, mentre con le parole sottolinea umiltà. E il poliziotto o lo sbirro di turno che non lo capisce, e la ostacola, se ne avrà puntualmente a pentire alla fine dell'episodio.

La felicità per Jessica.

Tutti vorremmo una zia come Jessica Fletcher, se i suoi nipoti e parenti d'ogni ordine e grado non venissero di volta in volta accusati di stupri, omicidi e stragi e non venissero coinvolti nei più orrendi delitti perpetrabili in natura.

Adoro Jessica Fletcher perché percorreva le più tristi pagine della cronaca nera con la sua permanente bionda, le sue chiacchiere di paese, i consigli su come tirare su i fioretti del giardino, se sul tè fosse meglio il latte o il limone e la sua inconfondibile risata finale che preannunciava, argentina, la musichetta di fine episodio.

C'aveva la faccia da vecchia pure da giovane. Qui nel "Ritratto di Dorian Gray".

Ecchissenefrega se nel corso della puntata erano in morti in tredici, fatti a pezzi con un machete e sciolti nell'acido da un folle squilibrato, perché il lieto fine, che ci trainava al TG1 delle 13.30, disegnava con colori pastello la vittoria della gentilezza di una solare vedovella inglese sulle voragini del male umano.


domenica 27 ottobre 2013

2025: operazione speranza.

Dov'eri quando ci siamo lasciati alle spalle il novecento e abbiamo varcato, tutti più o meno ubriachi, con pance piene da far schifo e cappellini buffi il nuovo millennio?

Ok, tecnicamente il nuovo millennio è iniziato alle 00:00 del primo gennaio 2001, ma sono dettagli per secchioni tristi di cui non frega una cippa a nessuno. Il millennio nei cuori di tutti è iniziato un anno prima: arrendiamoci all'evidenza: per il doge Pietro II Orseolo, per Innocenzo III, per Giovanna d'Arco, per Vlad l'Impalatore, per Massimo d'Azeglio e per Enrico Beruschi l'anno era sempre iniziato con il numero 1. Poi, tutto d'un tratto, l'anno è cominciato ad iniziare con il numero 2. E' lì che è arrivato il nuovo millennio.

Su Rai 1, la notte di Capodanno nel 2000, c'era lui. E c'è anche adesso. Forse nulla è cambiato davvero.


Non ricordo molto degli altri capodanni. Ma di quel frangente ho in testa, stampato in modo indelebile, ogni singolo istante.

Eravamo andati dagli zii di Campagna Lupia, nella campagna veneziana, ma per me, 14enne già completamente chiesarolo, basabanchi, ciucciastoe e magnaparticoe, era come casa mia, in quanto Campagna Lupia rientra nel territorio della Diocesi di Padova. Credo sia stato uno degli ultimi happening per la famiglia allargata al completo.

Ricordo i "bisati" ai ferri, attaccati alle estremità con dei chiodi e tagliati in due. Ricordo le 75 mila lire spese da mio papà in petardi. Ricordo soprattutto le tagliatelle al salmone affumicato e al basilico. Ricordo la canzone ascoltata in autoradio, mentre l'Opel Astra di mio papà, raccattata la giunonica zia Luigina all'Arcella, avanzava tra i campi umidi e tra il buio pesto verso la casa della zia Anna: era "Un giorno migliore" dei Lunapop. La prima volta che la sentivo.


"Un giorno migliore" - non mi sono mai piaciuti i Luna Pop, ma questa canzone l'ho sempre adorata.


Cullato da quelle parole, ero davvero convinto che domani sarebbe stato un giorno migliore. Il "secolo crudele" cantato qualche anno prima dai Doc Rock a Sanremo stava ormai esalando gli ultimi respiri. Il futuro non era una parola da pronunciare piena d'angoscia, ma la proiezione di una progressione geometrica del bello del presente. "Oggi stiamo bene? Domani lo staremo di più". "Oggi c'è più pace di ieri? Domani ce ne sarà di più".

Che bella atmosfera si respirava in quei mesi di D'Alema bis. I negozi che aprivano li chiamavano tutti Caffè 2000, Alimentari 2000, Auto 2000, Pompe Funebri 2000. Pareva che da un giorno all'altro avremmo avuto il robot domestico, l'auto volante, il teletrasporto, stipendi da 5 milioni di lire.

Il 2000 era il futuro: gli anni che lo precedevano sono stati stupendi perché proiettati verso di esso. Poi però abbiamo attraversato la soglia. E l'effetto Giacomo Leopardi, quello del Sabato del Villaggio, tanto per intenderci, è piombato su di noi come le sentenze della Cassazione sono piombate sul Governo Letta.

Clicca sull'immagine: ascolterai le prime parole che ho udito nel nuovo secolo.
Su Rai 1 il secondo millennio si è chiuso con Carlo Conti e si è aperto con Karol Wojtyla.

L'11 settembre, il lavoro sempre più difficile, le guerre, il decennio berlusconiano del disimpegno e della chiusura dei recinti, la paura crescente, l'Internet vissuto non come apertura verso gli altri ma come ripiego su sé stessi.

Le belle speranze spazzate via. Il termine futuro che ci fa paura. L'avanzata tecnologica vista come l'appropriarsi di un cellulare un po' più figo e non più come ulteriore liberazione dell'uomo dal suo senso di precarietà, che i teologi chiamano "peccato originale".

Emblema di tutto ciò la morte dello Shuttle e dei progetti di esplorazione spaziale. Non abbiamo più il coraggio di guardare le stelle e di sognare.

Il progetto Constellation, che ci avrebbe riportato sulla Luna e su Marte, non partirà più.
"Houston, abbiamo un problema. Non abbiamo più voglia di sognare".

Allora me ne esco con una soluzione stupida, infantile, che però potrebbe funzionare proprio perché stupida e infantile. Illudiamoci di nuovo, perché solo i pazzi, gli illusi e i sognatori sono capaci di cose grandi. A differenza degli intelligenti, infatti, dispongono dell'arma più forte di tutte. Arma che qui intorno non si trova manco a pagarla oro: la speranza.

Fissiamo una data, e orientiamo la nostra vita in funzione di essa... Inventiamoci un nuovo futuro, dato che il futuro vecchio non ha funzionato... Che ne so, il 2025.

Crediamoci fermamente. Diciamocelo ogni mattina. Abbiamo 11 anni di tempo.


Un 2025 possibile.


Nel 2025 avremo tutti un posto di lavoro stabile e un tetto sopra la testa.
Nel 2025 sarà possibile amare ed essere amati.
Nel 2025 i nostri dubbi più intimi e dolorosi saranno spazzati via dalla luce della verità.
Nel 2025 l'aria che respireremo sarà migliore.
Nel 2025 saremo capaci di divertirci tutti come si divertono i bambini.
Nel 2025 i politici ci serviranno, e non saremo più noi a servire i politici.
Nel 2025 saremo felici di pagare le tasse, perché lo Stato funzionerà, e l'Europa sarà non solo un'istituzione finanziaria.
Nel 2025 le parrocchie saranno il cuore pulsante della Chiesa, i patronati e le chiese avranno sempre le porte aperte anche per i più distanti e dubbiosi. Saranno tutte sempre piene di giovani, veri protagonisti della vita parrocchiale e non più solo forza lavoro di cui i vecchi possono disporre alla cacchio.
Nel 2025 la Chiesa sarà il granaio di speranza per tutta l'umanità.
Nel 2025 l'unica guerra che faremo sarà giocando alla Playstation 7.
Nel 2025 saremo tutti felici.

Ma nel 2025.

mercoledì 23 ottobre 2013

Le mirabolanti avventure di una simpatica impicciona ottocentesca tra saloon, prostituzione e superiorità morale.


Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

Catullo


"La Signora del West" non è altro che l'orrenda traduzione italiana del telefilm "Dr. Quinn - Medicine Woman", trasmesso ininterrottamente da Rai 1 per decenni in alternanza alla simpatica calamità naturale ambulante di Jessica Fletcher prima che all'ombra del Cavallo di Viale Mazzini qualcuno si accorgesse che una popolana alle prese con i fornelli e con l'avanzare degli anni in effetti non era poi un'idea così malvagia.

Anche dopo vent'anni il dottor Quinn continua a giudicarti e guardarti con disprezzo.

"La Signora del West", ora di nuovo in replica il pomeriggio su Rai 3 prima dei documentari sui voli dei cormorani di Geo & Geo, racconta le vicende di Michaela Queen, dottoressa di Boston che nel 1867 diventa un'improbabile eroina del Far West dopo il suo trasferimento, da parte della mutua, a Colorado Springs, villaggio che sorge nel mezzo del deserto dove vive un intero campionario di comparse degli Spaghetti Western e della zona nord di Gardaland.

Come Catullo, "La Signora del West" o lo odi o lo ami. Oppure, più raramente, come nel mio caso, lo odi e lo ami insieme.

Il punto più alto della serie. Il crossover con Fran Drescher - Tata Francesca.

Lo ami perché è tecnicamente perfetto. Siamo sì lontani dai serial della fine del decennio 2000, dai ritmi di 24 alle atmosfere di Lost. Ed è sì un prodotto per famiglie - anzi, e lo diremo più tardi - del peggior tipo di famiglie, quelle americane. Ma è fatto dannatamente bene. Alterna a una fotografia di tutto rispetto una scenografia curata nei minimi dettagli. Non siamo in teatri di posa, non si respira l'atmosfera di cartongesso tipica dei prodotti TV di quegli anni. Colorando Springs è vera e viva, ti appare con tutti i crismi della realtà.

Orson Bean, un mostro sacro in America. Ne "La Signora del West" era Loren,il burbero proprietario dell'emporio. La vera voce della ragione di Colorado Springs.

Puoi camminare tra le sue strade polverose e piene di escrementi di cavalli e riconoscere i volti uno per uno. Sebbene siano stereotipati come l'inglese e il francese delle barzellette, i personaggi di supporto sono ben definiti e rappresentati da attori di tutto talento. Dal sindaco-barbiere alcolizzato al proprietario dell'emporio finto-burbero, dall'ilare gestore del saloon-bordello al reverendo copia sputata del Jeremy Irons di "Mission", "La Signora del West" è forse l'unico esempio degli anni '90, assieme alla Springfield simpsoniana, di città televisiva dove perdersi, fare quattro chiacchiere al bar, sentire pettegolezzi e appassionarsi degli intrecci. Le sei stagioni del telefilm sono poi un tuffo nella storia americana senza precedenti: la questione indiana, l'arrivo della ferrovia, il ruolo della donna, armi e pena di morte. C'è tutto. Persino la trasferta di rito a Washington dove lo spettatore anche meno acculturato si ritrova a stringere la mano a Ulysses Grant.

Il telegrafista, Horace. In italiano, Orazio. Uguale in tutto e per tutto
ad Orazio, il cavallo antropomorfo amico di Topolino. E come Orazio
ha sposato una vacca, Clarabella, anche Orazio sposa una prostituta
del Saloon di Hank. Nelle ultime serie cade in una seria depressione, ma
a quel punto di lui non gliene fregava più niente a nessuno.

Come la si ama, trovo impossibile anche non odiare "La Signora del West". Farsi venire un chilo di bile nera e scagliare il telecomando pronunciando in pochi millesimi di secondo parole da scomunica diretta.

Perché "La Signora del West", in quegli anni a cavallo della metà degli anni '90, è spiccatamente un prodotto di propaganda. E della propaganda più becera. Mi spiego meglio.

Dopo vent'anni è rimasta uguale. Quando morirà non la cremeranno, la ricicleranno. Assieme
a duecento tappi di plastica ci realizzeranno una sedia a rotelle da donare ai disabili africani.

Michaela Queen, infatti, è il simbolo di donna emancipata dell'East Side (viene infatti da Boston) che si avventura a suo rischio e pericolo nel più profondo e selvaggio West. Simbolo estremo dell'ideologia liberal di stampo clintoniano, si è rivestita di una missione educatrice e civilizzatrice nei confronti dei suoi nuovi compaesani, e dunque, di riflesso, alla casalinga di Wichita e al contadino di Tyler che la seguono, settimana dopo settimana, in TV. Michaela Queen (Jane Seymour) è una fondamentalista: parte in quarta e non la ferma più nessuno. Certo, le sue cause sono riconosciute universalmente come buone, al giorno d'oggi: è lei che libera alcune prostitute di Hank, è lei che lotta contro il Ku Klux Klan che vuole impiccare il maniscalco di colore, è lei che lotta per i diritti degli immigrati svedesi ed è sempre lei che cerca di nobilitare in quel paese di cercatori d'oro, ladri di bestiame, prostitute e avventurieri il ruolo della donna.

Lei, lei, lei. Sempre lei.

Lei che ha il suo boytoy d'ordinanza, il succube mezzoselvaggio Sally (interpretato da un taciturno Joe Lando) che pare uscito dalla copertina di un romanzo erotico per donne. Lei che plasma a sua immagine e somiglianza i figli adottivi - a partire da Brian, il piccolo biondino, l'emblema del bravo bimbo americano, che ho sempre chiamato come "Il Merdina". Inutile come una lapide a Pasqua.

Il Merdina in tutta la sua gloria. Dopo aver fatto i compiti, è pronto per la merendina. Poi aiuterà
le vecchiette ad attraversare la strada. L'anti-Bart Simpson per antonomasia.

Michaela Queen è un'apostola solitaria. E' l'Oprah Wimphrey dei cowboy.

E non puoi non sognare che uno dei tanti banditi da spaghetti western alla Mario Brega la rapisca, la leghi, la carichi sul cavallo e la posi delicatamente sulle rotaie del treno a vapore pochi minuti prima del passaggio del diretto Denver-Colorado Springs.

Perché Michaela Queen è l'apoteosi della rompicoglioni. Non per le idee che ha, ma per come le propone. In lei non c'è dialogo, ma la spocchia tipica di una cultura liberal che riemerge spavaldo dopo dodici anni di cultura Raeganiana dominante, che si reca dai redneck per offrire loro, come un dono dal cielo, l'unica verità possibile. La sua. Michaela Queen è la personificazione della spocchia e di un senso di superiorità che contribuirono non poco a far sprofondare il paese nel dominio dei Bush.

Impossibile, dunque, nel paesino del Far West dominato dalla dittatura dell'illuminata spaccamaroni, non fare il tifo per i retrogradi, ma intellettualmente onesti, ladri di bestiame.


L'allegra famigliola al completo. Finché tifo non vi separi.