Il toto-Vescovo proprio non mi affascina. E sì che per il toto-Papa e il toto-Presidente mi ero scaldato moltissimo. Ma adesso, più che il toto-Vescovo, mi prende il toto-Chiesa. Che Chiesa di Padova saremo?
Una Chiesa in uscita o una Chiesa arroccata dentro il suo fortino?
Una Chiesa capace di evangelizzare la realtà che la circonda o una Chiesa indebolita dall'esterno?
Una Chiesa dove i giovani siano protagonisti o semplici comparse in costante diminuizione?
Una Chiesa capace di ribadire i suoi valori in modalità nuove o una Chiesa che per paura del secolo sceglie il compromesso?
Una Chiesa che prega o una Chiesa che fa finta di pregare?
Una Chiesa che sceglie la carità come via principale o una Chiesa che confonde la carità per beneficienza?
Una Chiesa che difende la dignità di ogni uomo e donna come figlio e creatura irripetibile di Dio o una Chiesa che se ne dimentica?
Una Chiesa che riconosce la sua unica ragion d'essere nel fatto storico della resurrezione di Gesù Cristo o che la rimuove addirittura?
Già. Perché la Chiesa siamo noi. Dal Vescovo al laico che si presenta solo a Natale e a Pasqua e si siede rigorosamente in ultima fila. Tutti sulla stessa barca. Tutti al timone. Ognuno gioca la sua parte ed ogni parte è fondamentale.
Aspetto le quote dei bookmakers e poi farò la mia scommessa.
2 euro me li gioco.
Scrivo, parlo, leggo, sogno. E sono alla ricerca dell'assoluto. Come sempre, del resto.
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mercoledì 15 luglio 2015
sabato 6 giugno 2015
Il linguaggio della resa
Ve lo dico fuori dai denti. Schietto, senza troppi giri di parole. Del resto, penso che sia il modo migliore per rendere giustizia alle vostre parole, tanto coraggiose quanto poco oculate.
No. Cari autori della famosa lettera: non è stata per niente una buona trovata. Non farà del bene né al dialogo né alla Chiesa di Padova.
Lo so, lo so. Siete giovanissimi, avete dai 22 ai 23 anni: dal vecchiume dei miei 29 anni avrei potuto incontrarvi in qualità di animatore a qualche grest o gruppo di Ac. Tutti vi dichiarate impegnati nelle parrocchie e nei vicariati, tutti vi sentite guidati da una causa nobile. E la realtà che vi circonda ve lo dimostra giorno per giorno: sentite i fremiti un mondo in continua fermentazione, dove tutto cambia e dove soprattutto tutto sembra debba cambiare. Dall’altra, però, passate tanto del vostro tempo – e per questo vi ringrazio – dentro una Chiesa che, nonostante le accelerazioni che sta imprimendo papa Francesco, sembra ancorata al passato.
Sono in gioco due partite. La prima è quella dei diritti: la possibilità, cioè, di permettere a delle persone che hanno contratto un legame affettivo di poter godere di certe agevolazioni e peculiarità, ben sintetizzate dal classico esempio della visita in ospedale. La seconda partita, apparentemente, è una diretta derivazione della prima. In realtà, la trascende completamente. È quella del riconoscimento sociale. L’estensione automatica del concetto stesso di famiglia e di matrimonio a tutti e a tutto. Nella vostra lettera l’opinione pubblica sembra più importante dell’accoglienza delle persone omosessuali (che già c’è, se non lo sapeste).
Questo non è assolutamente un tema “cattolico”. Perché il matrimonio è un sacramento da soli duemila anni: per tempi decisamente più lunghi questo istituto naturale è stato il tassello fondante della società umana. Di ogni società umana. La vostra lettera, tra le tante contraddizioni, tradisce l’equivoco che da una parte (la Chiesa, i politici asserviti, i “vecchi”) si stia “fermi”, dall’altra invece brilli il sol dell’Avvenire di un futuro dove addirittura, grazie a un «graduale e ragionato riformismo sulle unioni civili», si potrà addirittura «sospendere la riflessione su quei punti che destano maggiori perplessità, quali l’adozione ai minori».
Da “operaio” della comunicazione mi sento di dirvi che la vostra lettera, forse un po’ troppo impulsiva, è un autogoal clamoroso anche in termini di comunicazione. Voi state parlando di diritti. Il dibattito pubblico, i media, la maggioranza vorace dei social ha già capito tutt’altro. Pensa che voi vi stiate riferendo direttamente al riconoscimento pubblico. Avete cercato di mostrare uno squarcio all’interno del tessuto ecclesiale ricollegandolo proprio al concetto di “attivi in diverse realtà della Diocesi di Padova” come se potesse scusare tutto il resto. C’è stato un confronto interno per far nascere questo documento, magari dentro le associazioni o i gruppi, oppure avete “fatto tuonare i cannoni” cercando solo qualche firma in più?
Chiedete ai media di smetterla di «dare l’immagine di una Chiesa arroccata su una posizione immobile su questi temi». Anzi, addirittura pretendete la par condicio domandando ai media di smettere di dare spazio «solo a quelle voci che, pur legittimamente, esprimono posizioni contrarie ai diritti civili per gli omosessuali pretendendo però che queste appartengano a tutti i cattolici». Piccola notizia: non si decide che cosa è cattolico o no.
Ci siete cascati con tutte e due le scarpe, ragazzi. E mi fa male vedere i nomi di tanti amici tra coloro che hanno firmato queste tesi, il cui unico scopo sembra essere quello della ricerca di visibilità in giorni “delicati” per la vita della Chiesa di Padova. Il tema o lo si affronta tutto insieme o non lo si affronta. Altrimenti tutto si riduce a una chiacchiera da bar, senza la consolazione di una buona birra media a fare da contorno.
Non vedo alcun accenno – per dimenticanza o semplice ignoranza, dato che i media non ne parlano – sul tema dell’educazione: già, perché, tra pochi anni negli asili sarà “omofobo” far giocare i bimbi con le macchinine e le bimbe con le bambole. Niente sul tema dell’utero in affitto: sempre più coppie, etero o gay (tra cui un senatore della Repubblica e il suo compagno) ricorrono a “mamme incubatrici” – spesso povere giovani del terzo mondo – per portare a termine le loro gravidanze. Una sorta di supermarket del bimbo che non impensierisce affatto le femministe ma che anzi fa gridare al “miracolo della vita”. Lo sapevate? Non avete poi scritto niente sul valore positivo della famiglia, sempre più messa in difficoltà da precarietà economiche ed esistenziali, per la quale i famosi politici che dovrebbero dimostrare “la purezza della loro cattolicità” non fanno nulla. (P.S. Da quando, per noi cattolici, la cattolicità è qualcosa di brutto?).
Mi direte che non vi siete espressi su questi temi, perché per voi, su questi, la Chiesa ha ragione. No: vi siete già espressi, e pure in modo eloquente, perché anche il silenzio parla. Specie in questi contesti.
Carissimi ragazzi, vi sento decisi, volenterosi, siete sicuri su tutto, e l’energia dei vent’anni certamente aiuta. Sarebbe bello confrontarsi davvero, senza le forzature, gli strappi, il venire alla conta, cercando di trovare la forza delle proprie idee nascondendosi dietro una lista di nomi.
Proprio in questi giorni, in molte zone del mondo c’è chi sceglie l’aderenza a Cristo e al Vangelo fino a pagarne le conseguenze estreme. Se i fedeli non arretrano di fronte alle minacce dell’Isis, perché noi arretriamo di fronte al biasimo dei social media o agli editoriali di qualche ben pensante? In Irlanda, nonostante gli enormi scandali della chiesa locale, la propaganda unidirezionale dei media e il fatto che le adozioni per gli omosessuali fossero di fatto già possibili dallo scorso gennaio per via di una legge del parlamento, il 40% ha ribadito che la famiglia è formata da uomo e donna. A loro non diamo peso?
C’è da fare una scelta, ragazzi. Resistere o omologarsi. Io la bandiera bianca non la sventolo.
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domenica 29 marzo 2015
Abbiamo portato il Sole.
Poi niente.
Ti tocca alzare bandiera bianca.
Così impegnati in ragionamenti su quello che non va, su cosa si potrebbe fare di meglio, su come il mondo che cambia imponga anche alla cara vecchia Azione Cattolica di cambiare... a volte non ci accorgiamo della bellezza, bellezza vera, bellezza gigantesca e sconvolgente che è questo fare famiglia dentro la Chiesa. Questo sostenerci insieme, nella gioia, nel cammino verso lo stesso Cristo.
Tessere, slogan, metodo, principi. Parole, che qui si fanno vita, sorrisi. Arrendersi di fronte alla luce più abbagliante.
Un pomeriggio per dimenticarsi di tutto, e per capire che forse - ma dico, forse - la bellezza che "illumina" il nostro essere associazione già c'è. Il quadro non va ridipinto. Va semplicemente visto, goduto, ammirato.
Un pomeriggio per stringere mani, dare abbracci, un po' anche per stare male, vedendo quante amicizie e relazioni sono nate negli anni dentro questa famiglia con la consapevolezza che non sempre c'è stato il tempo (e l'energia) per coltivarle come avrebbero meritato.
Tanti i pensieri che vengono fuori, così, alla rinfusa. "E se sorridessimo sempre, come oggi?" "E se ci divertissimo sempre, come oggi?" "E se fossimo sempre, come oggi?". Ma adesso non è il tempo per pensare. E' il tempo per far decantare questa meraviglia. Per farci scaldare da questo Sole che abbiamo portato in Piazza delle Erbe e che ci siamo, poi, portati a casa.
Ti tocca alzare bandiera bianca.
Così impegnati in ragionamenti su quello che non va, su cosa si potrebbe fare di meglio, su come il mondo che cambia imponga anche alla cara vecchia Azione Cattolica di cambiare... a volte non ci accorgiamo della bellezza, bellezza vera, bellezza gigantesca e sconvolgente che è questo fare famiglia dentro la Chiesa. Questo sostenerci insieme, nella gioia, nel cammino verso lo stesso Cristo.
Tessere, slogan, metodo, principi. Parole, che qui si fanno vita, sorrisi. Arrendersi di fronte alla luce più abbagliante.
Un pomeriggio per dimenticarsi di tutto, e per capire che forse - ma dico, forse - la bellezza che "illumina" il nostro essere associazione già c'è. Il quadro non va ridipinto. Va semplicemente visto, goduto, ammirato.
Un pomeriggio per stringere mani, dare abbracci, un po' anche per stare male, vedendo quante amicizie e relazioni sono nate negli anni dentro questa famiglia con la consapevolezza che non sempre c'è stato il tempo (e l'energia) per coltivarle come avrebbero meritato.
Tanti i pensieri che vengono fuori, così, alla rinfusa. "E se sorridessimo sempre, come oggi?" "E se ci divertissimo sempre, come oggi?" "E se fossimo sempre, come oggi?". Ma adesso non è il tempo per pensare. E' il tempo per far decantare questa meraviglia. Per farci scaldare da questo Sole che abbiamo portato in Piazza delle Erbe e che ci siamo, poi, portati a casa.
sabato 9 novembre 2013
O Europa o morte! A caldo, da Openfield.
Una festa di compleanno triste.
E' questa l'immagine che mi porto a casa da Openfield di oggi, e, in particolare, dalla tavola rotonda nella quale Pierluigi Castagnetti e il senatore Gabriele Albertini, entrambi con una lunga esperienza da parlamentari europei erano chiamati a tracciare un profilo dell'Europa di domani. E soprattutto come arrivarci.
Per festa di compleanno triste intendo quei mesti genetliaci di alcune persone, che invece di gioire per il futuro che hanno di fronte, si lamentano delle sfighe del presente e degli errori del passato. Le candeline sono la condanna di un tempo corso troppo in fretta che ricorda, senza pietà, tutte le cose non fatte, o peggio ancora, fatte male.
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| Non hanno detto nulla di sbagliato. Sognavo però di sognare, non solo di fare i conti con le disgrazie del presente. |
Ringrazio Castagnetti e Albertini per le precise indicazioni fornite. Li ringrazio per avere messo il dito nella piaga di un'Europa bloccata sul nascere, quando si doveva cominciare a giocare sul serio, a Nizza, nel 2000, dalla paura e dalla codardia dei capi di governo. Di un'Europa incapace di incidere, che ha sì una moneta unica da gestire ma che non ha un vero e proprio governo che detti una linea economica. Di un'Europa giocoforza germanocentrica dopo l'allargamento, in cui Frau Merkel aumenta di mese in mese la sua influenza come il bulletto in piena pubertà che diventa sempre più il terrore dei bimbi gracilini nei giardinetti pubblici.
Albertini e Castagnetti - ma soprattutto Castagnetti - hanno prefigurato stasera il disastro dell'Unione continentale in occasione delle prossime elezioni europee. Il rischio concreto è che gli anti-europeisti posino in gran numero le loro terga sugli scranni di Bruxelles. E che il sogno di Adenauer, Schuman e De Gasperi naufraghi definitivamente tra gli scogli delle scuregge e dei vaffanculo di Beppe Grillo e della faccia da mr. Bean di Nigel Farage, condannandoci, di fatto, alla marginalità in un mondo sempre più globalizzato, a farci fare il sederino a tarallo dalle economie emergenti dei BRICKS.
Il magone mi è sorto spontaneo come una domanda di Lubrano. Mi è passata, nel mare di mestizia, pure la voglia di farmi fare da Albertini un'imitazione personalizzata di Paolo VI come fa di solito a quei simpatici senzadio di Cruciani e Parenzo.
Se non mi sono dato fuoco in uno dei corridoi della Facoltà Teologica è soprattutto grazie alle parole di speranza udite da mons. Aldo Giordano, osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa uscente e nuovo nunzio apostolico in Venezuela, al posto di Parolin, come vescovo, entrante. Nel suo nuovo libro: "Un'altra Europa è possibile", sintetizzato per l'auditorio, ha delineato come la Chiesa può incontrare e risvegliare l'Europa proprio nel suo bisogno di Dio, sintetizzato nel "Dio è morto" di nietzschana memoria. Un'Europa che, dopo essere stata scombussolata dalla crisi come una vecchietta sulle montagne russe di Gardaland, ha perso la sua spocchia e la sua sboronaggine ed è di nuovo capace di ascoltare e di mettersi in ricerca, illuminata da un Dio che muore non solo figuratamente ma davvero. E risorge per noi, con noi.
Al suo confronto, Albertini, e in particolare Castagnetti, mi sono sembrati delle prefiche siciliane che si strappano i capelli (chiedo scusa all'ex sindaco di Milano per l'esempio infelice) dietro un carro funebre, trainato da splendidi cavalli, con dentro la cassa da morto contenente l'Europa.
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| Mons. Aldo Giordano. Personalmente, la mia scoperta di oggi. |
Ripeto: li ringrazio per le loro parole. Loro hanno fatto la pars denstruens, io qui, delirando col mio stile da blogger giovine e aggressivo, propongo la pars construens. Che leggerò solo io, ma, che me ne cale?
Il buon Castagnetti ha individuato i due momenti di massimo splendore per l'europeismo nella fine della seconda guerra mondiale, con lo spirito di Ventotene, che portò al trattato di Roma, e nel crollo del muro di Berlino, con l'asse Kohl e Mitterand, che portò all'Euro. Due momenti critici, tremendi, in cui l'Europa ha fatto i conti davvero sul perché deve stare insieme, coi piedi nudi posati ancora sui cocci taglienti della follia nazista e comunista. Abbiamo davvero bisogno di superare una tragedia, un lutto, una disgrazia per unirci, volerci bene e capire che è fondamentale stare insieme? Cosa ci serve? Una pandemia? Un'apocalisse zombie? Un'invasione aliena?
La proposta la faccio io: rendiamo il superamento di questa tremenda crisi il rito di iniziazione, il mito fondativo della nuova Europa federale, degli Stati Uniti d'Europa. Facciamolo da cristiani, facciamolo insieme. Proponiamo una visione, un sogno, nel silenzio del cuore e nel frastuono delle parole vuote che stiamo attraversando. Noi cristiani ce l'abbiamo: è la stessa speranza che ci anima da duemila anni. "Se Cristo ha vinto la morte - ricordava, in un tripudio di gioia e di carisma pastorale, un meraviglioso mons. Giordano - ci aiuterà pure nella crisi economica, nella gestione dell'immigrazione e negli altri problemi che abbiamo come Europa".
Io sono ottimista, testardamente ottimista, dannatamente ottimista: anche se la tergona non coitabile e qualche mesto politicante riuscirà a farci disinnamorare dell'Europa, anche se da giugno gli euroscettici non solo dovessero ottenere un bel risultato, ma addirittura divenir preponderanti, e dovremmo assistere ai movimenti intestinali di quello che faceva la pubblicità dello yogurt Yomo anche a Strasburgo, l'Europa non finirà. Non torneremo a stampare le lire, ad esibire il passaporto a Ventimiglia o a sparacchiarci in una trincea sulla linea Maginot per il controllo delle miniere dell'Alsazia e della Lorena.
Perché l'Europa è un processo avviato, non si può fermare. Dovessimo attendere venti, trenta, quarant'anni, gli Stati Uniti d'Europa saranno realtà. Perché la storia va lì, in quella direzione, e non si può cambiare. Da Cesare a Carlo Magno, da Napoleone a Hitler, da Adenauer al professor Monti, l'idea di Europa (e le sue orrende deviazioni) non ci abbandona. E nel mondo dove le distanze sono ormai zero, per contare o siamo uniti o non ci siamo. O Europa o morte.
Forse abbiamo solo bisogno della visione politica di qualcuno capace di vedere due centimetri al di là del suo naso. Aspettiamo, ne varrà la pena.
Prima o poi, qualche politicante illuminato dalla scaltrezza e dallo Spirito con la S maiuscola si rialzerà dalla polvere e dalle macerie lasciate dai governi egoisti e dagli euroscettici di pancia. Un raggio di luce lo illuminerà ancor di più, e le speranze di tutti si riaccenderanno di colpo, fortissime, come destatesi da un sonno durato secoli, come l'alba che squarcia il buio orizzonte. Quel qualcuno non farà cose straordinarie. Sarà semplicemente, come Carlo V, come Shumann, come Kohl, come Prodi, come Mitterrand, l'ennesima pedina della storia, che, sotto dettatura, farà il suo compitino. Spalancandoci le porte del futuro.
P.S.
Se avete davvero compiuto l'impresa di arrivare alla fine di questo post, lasciatemi un commentino, grazie.
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martedì 22 ottobre 2013
San Giovanni Paolo II - "IL" Papa
Oggi è San Giovanni Paolo II.
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| Quel grosso corpo pallido, vestito di rosso, non ci pareva nemmeno lui. Quanta emozione, quanto dolore, in quei giorni d'aprile. |
Durante tutta l'agonia nell'inverno-primavera 2005, tra ricoveri, ospedalizzazioni, tracheotomie e bollettini medici ero sicuro: "Tanto non muore". Per i nati negli anni '80 - e anche per molti dei tardi anni '70 - Giovanni Paolo II era l'unico volto possibile di Papa.
L'avere un Papa italiano era da noi percepita come eventualità remota, tipo, che ne so, un presidente degli Stati Uniti di colore.
L'unico accento con cui un Papa poteva parlare era il polacco.
Il doppio nome era per noi l'assoluta normalità e non lo stravolgimento delle regole del gioco voluto, pochi anni prima, da un timido patriarca di Venezia che la storia ricorderà come un gigante.
Giovanni Paolo II era il Papa, eterno, immutabile, gigantesco Papa.
Quel 2 aprile 2005 è stato per noi uno shock.
Come se la luna si fosse spenta per sempre.
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| Proviamo a guardare su Youtube alcuni video di lui, verso la fine. Ormai ci siamo scordati di quanto fosse ridotto male, tra il 2002 e il 2005. |
Non c'eravamo arrivati preparati, contrariamente a quanto forse pensavamo di essere, avendo visto per anni il nostro Papa soffrire sempre di più, incapace di muoversi e, alla fine, persino di parlare. E quel 19 aprile 2005 vedere un altro vestito di bianco affacciarsi dalla Loggia delle Benedizioni ci ha ferito.
Ci pareva un usurpatore.
Di Papa ce ne poteva essere solo uno: e il suo nome era Giovanni Paolo. Pure la scelta del nome Benedetto ci pareva un insulto: perché non Giovanni Paolo III? Eravamo sicuri che ormai tutti i Papi si sarebbero potuti chiamare solo Giovanni Paolo, dopo l'impronta storica data dal polacco alla cattedra di Pietro.
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| Benedetto, il Papa dell'Amore |
Ma a distanza di quasi nove anni da quel giorno, carissimo Benedetto, ti dobbiamo chiedere scusa.
Nel tuo magistero ci hai parlato di Amore, essenza stessa di Dio e persino di ogni relazione all'interno della società. E ci accorgiamo, forse, solo adesso, che Giovanni Paolo II non è stato altro che un anello di una lunga catena, iniziata con Pietro e che continuerà per sempre, una catena che rinsalda il legame tra Cristo e l'umanità.
Eppure, mi perdoneranno i quattro lettori, quell'anello, a noi ragazzi della generazione Y, ci pare un po' più brillante degli altri. E continua a brillare, anche se la sua luce è avvolta dall'atmosfera ovattata degli altari.
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