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domenica 25 settembre 2016

Stiamo correndo verso una crisi sistemica e non possiamo fare nulla per fermarla






Leggete, vi prego, quest'analisi di un blogger inglese di fronte alla deriva degli ultimi tempi. Cliccate qui.

Ma il fatto è che se scegliete di leggerlo e siete in grado di leggerlo, non siete voi ad essere parte del problema.

Se invece siete impegnati a condividere vignettine gentiste e populiste, allora lo siete.

Brexit, Trump, Putin, Grillo e Salvini, stupidità, etc...

In poche parole, saremmo di fronte a una crisi sistemica mondiale e non possiamo semplicemente fare nulla per fermarla.

Resto convinto che Trump vincerà (e se non vincerà lui un simil-Trump sarà presidente nel 2020).

La questione è... quale sarà il nostro "arciduca-Ferdinando"? Quale evento scatenante ci farà capire che stiamo ballando su un equilibrio delicatissimo che giorno dopo giorno perde stabilità?

"Terza Guerra Mondiale a pezzi"

Quale sarà la forma di crisi? Dubito fortemente in una guerrona nucleare stile Ken il Guerriero, ma la "Terza Guerra Mondiale a pezzi", di cui i nostri richiedenti asilo non sono che la punta dell'Iceberg, è già sotto gli occhi di tutti.

Saremo salvati dalle Lobby?

Parliamo sempre male delle lobbies, delle banche, delle multinazionali. A loro conviene un mondo che si distrugge? Anche se la Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato per l'economia dell'epoca un boost naturale dopo la risi del '29, quel modello è ancora sostenibile-replicabile?. Potranno i mega-banchieri e i mega-tecnici trovare qualche modo anti-democratico per impedire alle democrazie deviate dal populismo di distruggersi (sempre che gli convenga)?

Le metastasi del web

La società dell'informazione si è evoluta troppo in fretta, presentando devianze troppo grosse per essere corrette senza interventi macroscopici e antidemocratici. Ma è come se avessimo inventato la polvere da sparo e girassimo tutti col mitra senza problemi, o avessimo appena inventato la macchina e, come negli anni '20, morissimo a decine in incidenti violentissimi andando a sbattere a 40 all'ora morendo sul colpo in quanto senza cinture e senza le basilari tecniche di sicurezza. Questa "crisi" innominata e innominabile potrà normalizzarla, per esempio censurando fin dalla culla determinati modi di esprimersi?

La Cina si avvicina

Non so quando questa "crisi" si manifesterà, né quali forme prenderà. Di una cosa sono sicuro: potrà rappresentare per il blocco asiatico quello che la Seconda Guerra Mondiale ha voluto dire per gli USA.

Da cattolico

Meraviglioso infine rileggere i documenti e i discorsi dei Papi e dei Vescovi prima delle guerre mondiali e simpatiche devastazioni varie. Avevano sempre ragione. Leggete oggi il messaggio di misericordia, di perdono, di dialogo, di "Ponti e non Muri" di Papa Francesco. Sarà anche questa volta un profeta nel deserto, parole da citare sui libri di storia tra 100 anni ma senza reali chances di imprimere una svolta e fermare l'auto mentre accellera verso il precipizio?

martedì 5 gennaio 2016

Er dolce stil novo


Monselice. 1275.
Prendere a schiaffi Guido Guinizzelli fino a farlo sanguinare.
E poi ti guardi allo specchio, con il volto tumefatto. 
Ohibò: Guido Guinizzelli sei tu.

domenica 3 gennaio 2016

Papa Francesco gamer



"Chi sceglie Eddie Gordo a Tekken per premere tasti a casaccio è chiaramente un niubbo e non merita il nostro rispetto. Volete mettere la soddisfazione di sconfiggere avversari fortissimi con Nina Williams, caricare i pugnazzi con Paul oppure completare la serie infinita di prese di King?"

Papa Francesco, da un discorso pescato su Facebook e dunque sicuramente attendibile.

lunedì 28 dicembre 2015

Dannati Forever



Sono convintissimo che l'inferno sia tappezzato di televisori in full-HD che trasmettono 24/7 la diretta del paradiso commentata da una versione angelica di Enrico Mentana.
La vera disperazione che si assaggia all'inferno non dipende dalle fiamme o dai diavoli che ti inforcano le pubenda con prodotti dello Chef Tony, ma dal fatto che tu vedi come la gioia, l'amore e la pienezza siano davvero possibili. Stanno capitando da qualche parte. Questo sul piano teorico: per te, anima dannata, sono precluse eternamente. Non provi nemmeno invidia per i martiri che osservi spaparanzati sulla Jacuzzi a sorseggiare Martini, tanto sai che se ti trovi lì, accanto a rapinatori morti male, serial killer e parlamentari della prima repubblica la colpa è solo tua. Ogni tanto qualche diavolo si sollazza con scherzoni da quarta elementare: cambia il cartello dello stanzone in cui ti ritrovi con l'insegna "Purgatorio", alimentando così false speranze tra i morti più "freschi". Pure Licio Gelli c'è cascato l'altro ieri e ha già intentato una causa legale nei confronti del ragionier Mefisto.
Non hai nemmeno la soddisfazione di mandare a quel paese il toscano vestito di rosso che passa ogni tanto, accompagnato dall'amico poeta zombie, perché se no ti sbugiarda nella Divina Commedia. Con gli ascolti che fa Benigni meglio non rischiare figure da pirla su Rai1.
Questo succede sovente pure a chi è ancora in vita. E tra i viventi, c'è chi risponde a questi "piccoli inferni" con le droghe sintetiche, chi sabotando i fantacalci altrui, chi scrivendo inutili status su Facebook.


mercoledì 15 luglio 2015

Oskar Groening

Lui è Oskar Groening. Ha 94 anni. Oggi è stato condannato a quattro anni di carcere per aver lavorato ad Auschwitz come contabile.
Oskar, giovane ragioniere e convinto nazista, arrivò ad Auschwitz nel 1942. Devastato dall'orrore a cui assistiva, chiese per ben tre volte di essere mandato al fronte, in prima linea, per scappare a quella fabbrica di morte. Fu accontentato la terza volta, nel 1944.
Non si nascose, Oskar. Dopo la guerra e dopo la prigionia in Inghilterra, lavorò una vita in una fabbrica di vetro, dato che il suo passato da SS gli impediva di tornare al suo impiego in banca. Negli ultimi anni per contrastare le balle negazionisti ha rilasciato decine di interviste. Ha scritto le sue memorie. Ha urlato al mondo che i forni crematori, le stragi, i bambini strappati alle madri e buttati con violenza sui carretti fino a spappolargli il cranio... è tutta roba vera. E' successo tutto. Lui ha visto tutto. Che se lo mettano bene nelle loro teste rasate certi ragazzacci in giro per il mondo.
Oskar avrebbe potuto tacere, ma ha deciso di parlare. Ed è per questo che è stato condannato. Risparmiamogli almeno l'onta dei social network. Oskar non è quel bastardo schifoso di Eric Priebke.
Magari al posto del vecchio Oskar noi saremmo stati zitti. E magari al posto del giovane Oskar saremmo rimasti tranquilli alla nostra scrivania in una fabbrica di morte piuttosto che rischiare la pelle in trincea. No, non siamo meglio di Oskar quando un barcone che affonda ci fa quasi piacere, o invochiamo stermini sproloquiando sulle nostre pagine Facebook.
Teniamo gli occhi bene aperti. Altrimenti i prossimi Oskar saranno i nostri figli.

Il toto-Vescovo

Il toto-Vescovo proprio non mi affascina. E sì che per il toto-Papa e il toto-Presidente mi ero scaldato moltissimo. Ma adesso, più che il toto-Vescovo, mi prende il toto-Chiesa. Che Chiesa di Padova saremo?
Una Chiesa in uscita o una Chiesa arroccata dentro il suo fortino?
Una Chiesa capace di evangelizzare la realtà che la circonda o una Chiesa indebolita dall'esterno?
Una Chiesa dove i giovani siano protagonisti o semplici comparse in costante diminuizione?
Una Chiesa capace di ribadire i suoi valori in modalità nuove o una Chiesa che per paura del secolo sceglie il compromesso?
Una Chiesa che prega o una Chiesa che fa finta di pregare?
Una Chiesa che sceglie la carità come via principale o una Chiesa che confonde la carità per beneficienza?
Una Chiesa che difende la dignità di ogni uomo e donna come figlio e creatura irripetibile di Dio o una Chiesa che se ne dimentica?
Una Chiesa che riconosce la sua unica ragion d'essere nel fatto storico della resurrezione di Gesù Cristo o che la rimuove addirittura?
Già. Perché la Chiesa siamo noi. Dal Vescovo al laico che si presenta solo a Natale e a Pasqua e si siede rigorosamente in ultima fila. Tutti sulla stessa barca. Tutti al timone. Ognuno gioca la sua parte ed ogni parte è fondamentale.
Aspetto le quote dei bookmakers e poi farò la mia scommessa.
2 euro me li gioco.

sabato 6 giugno 2015

Il linguaggio della resa


Ve lo dico fuori dai denti. Schietto, senza troppi giri di parole. Del resto, penso che sia il modo migliore per rendere giustizia alle vostre parole, tanto coraggiose quanto poco oculate.

No. Cari autori della famosa lettera: non è stata per niente una buona trovata. Non farà del bene né al dialogo né alla Chiesa di Padova. 

Lo so, lo so. Siete giovanissimi, avete dai 22 ai 23 anni: dal vecchiume dei miei 29 anni avrei potuto incontrarvi in qualità di animatore a qualche grest o gruppo di Ac. Tutti vi dichiarate impegnati nelle parrocchie e nei vicariati, tutti vi sentite guidati da una causa nobile. E la realtà che vi circonda ve lo dimostra giorno per giorno: sentite i fremiti un mondo in continua fermentazione, dove tutto cambia e dove soprattutto tutto sembra debba cambiare. Dall’altra, però, passate tanto del vostro tempo – e per questo vi ringrazio – dentro una Chiesa che, nonostante le accelerazioni che sta imprimendo papa Francesco, sembra ancorata al passato. 

Sono in gioco due partite. La prima è quella dei diritti: la possibilità, cioè, di permettere a delle persone che hanno contratto un legame affettivo di poter godere di certe agevolazioni e peculiarità, ben sintetizzate dal classico esempio della visita in ospedale. La seconda partita, apparentemente, è una diretta derivazione della prima. In realtà, la trascende completamente. È quella del riconoscimento sociale. L’estensione automatica del concetto stesso di famiglia e di matrimonio a tutti e a tutto. Nella vostra lettera l’opinione pubblica sembra più importante dell’accoglienza delle persone omosessuali (che già c’è, se non lo sapeste). 

Questo non è assolutamente un tema “cattolico”. Perché il matrimonio è un sacramento da soli duemila anni: per tempi decisamente più lunghi questo istituto naturale è stato il tassello fondante della società umana. Di ogni società umana. La vostra lettera, tra le tante contraddizioni, tradisce l’equivoco che da una parte (la Chiesa, i politici asserviti, i “vecchi”) si stia “fermi”, dall’altra invece brilli il sol dell’Avvenire di un futuro dove addirittura, grazie a un «graduale e ragionato riformismo sulle unioni civili», si potrà addirittura «sospendere la riflessione su quei punti che destano maggiori perplessità, quali l’adozione ai minori». 

Da “operaio” della comunicazione mi sento di dirvi che la vostra lettera, forse un po’ troppo impulsiva, è un autogoal clamoroso anche in termini di comunicazione. Voi state parlando di diritti. Il dibattito pubblico, i media, la maggioranza vorace dei social ha già capito tutt’altro. Pensa che voi vi stiate riferendo direttamente al riconoscimento pubblico. Avete cercato di mostrare uno squarcio all’interno del tessuto ecclesiale ricollegandolo proprio al concetto di “attivi in diverse realtà della Diocesi di Padova” come se potesse scusare tutto il resto. C’è stato un confronto interno per far nascere questo documento, magari dentro le associazioni o i gruppi, oppure avete “fatto tuonare i cannoni” cercando solo qualche firma in più? 

Chiedete ai media di smetterla di «dare l’immagine di una Chiesa arroccata su una posizione immobile su questi temi». Anzi, addirittura pretendete la par condicio domandando ai media di smettere di dare spazio «solo a quelle voci che, pur legittimamente, esprimono posizioni contrarie ai diritti civili per gli omosessuali pretendendo però che queste appartengano a tutti i cattolici». Piccola notizia: non si decide che cosa è cattolico o no. 

Ci siete cascati con tutte e due le scarpe, ragazzi. E mi fa male vedere i nomi di tanti amici tra coloro che hanno firmato queste tesi, il cui unico scopo sembra essere quello della ricerca di visibilità in giorni “delicati” per la vita della Chiesa di Padova. Il tema o lo si affronta tutto insieme o non lo si affronta. Altrimenti tutto si riduce a una chiacchiera da bar, senza la consolazione di una buona birra media a fare da contorno. 

Non vedo alcun accenno – per dimenticanza o semplice ignoranza, dato che i media non ne parlano – sul tema dell’educazione: già, perché, tra pochi anni negli asili sarà “omofobo” far giocare i bimbi con le macchinine e le bimbe con le bambole. Niente sul tema dell’utero in affitto: sempre più coppie, etero o gay (tra cui un senatore della Repubblica e il suo compagno) ricorrono a “mamme incubatrici” – spesso povere giovani del terzo mondo – per portare a termine le loro gravidanze. Una sorta di supermarket del bimbo che non impensierisce affatto le femministe ma che anzi fa gridare al “miracolo della vita”. Lo sapevate? Non avete poi scritto niente sul valore positivo della famiglia, sempre più messa in difficoltà da precarietà economiche ed esistenziali, per la quale i famosi politici che dovrebbero dimostrare “la purezza della loro cattolicità” non fanno nulla. (P.S. Da quando, per noi cattolici, la cattolicità è qualcosa di brutto?). 

Mi direte che non vi siete espressi su questi temi, perché per voi, su questi, la Chiesa ha ragione. No: vi siete già espressi, e pure in modo eloquente, perché anche il silenzio parla. Specie in questi contesti. 

Carissimi ragazzi, vi sento decisi, volenterosi, siete sicuri su tutto, e l’energia dei vent’anni certamente aiuta. Sarebbe bello confrontarsi davvero, senza le forzature, gli strappi, il venire alla conta, cercando di trovare la forza delle proprie idee nascondendosi dietro una lista di nomi. 

Proprio in questi giorni, in molte zone del mondo c’è chi sceglie l’aderenza a Cristo e al Vangelo fino a pagarne le conseguenze estreme. Se i fedeli non arretrano di fronte alle minacce dell’Isis, perché noi arretriamo di fronte al biasimo dei social media o agli editoriali di qualche ben pensante? In Irlanda, nonostante gli enormi scandali della chiesa locale, la propaganda unidirezionale dei media e il fatto che le adozioni per gli omosessuali fossero di fatto già possibili dallo scorso gennaio per via di una legge del parlamento, il 40% ha ribadito che la famiglia è formata da uomo e donna. A loro non diamo peso? 

C’è da fare una scelta, ragazzi. Resistere o omologarsi. Io la bandiera bianca non la sventolo.

lunedì 1 giugno 2015

"Quanto mi secca avere sempre ragione"

1° dicembre 2014 - 1° giugno 2015.
Come il matematico Ian Malcolm, di fronte al T-Rex che scappa dalla gabbia, si lascia andare a quel "Quanto mi secca avere sempre ragione", pure io, di fronte ai dati del Veneto, mi tocca sbottare in un infantile "Ve l'avevo detto".
Zaia non era più il simbolo della balena bianca berlusconiana, quel blocco moderato che si auto-narrava maggioranza del Paese, ma restava comunque un avversario fortissimo. Il governatore uscente (e rientrante) dà l'immagine di essere il classico veneto "che fa", non ripete troppo le sparate salviniane, tiene un profilo basso e questo alla casalinga di Conegliano o all'artigiano partita Iva di Cavarzere piace moltissimo.
Cos'ha fatto il centrosinistra per esprimere una candidatura, ben sapendo che sarebbe stata un'impresa titanica anche solo sfiorare i numeri di Zaia? Ha pensato bene di sfidare il piano della realtà con il piano delle idee. Non si è fatto rappresentare da un sindaco, da un amministratore locale... che ne so, un Variati, o una Rubinato, una Puppato... E' andato a richiamare a sei mesi da Bruxelles un'eurodeputata che con il sentire Veneto aveva pochissimo a che spartire. Bei discorsi, tanta immagine, poca sostanza, un piglio aggressivo, a tratti "incattivito". Il look perfetto per una sindaca sbarazzina di una città "liberal" emiliana, non proprio quello giusto per guidare la Regione più conservatrice d'Italia. L'intellighenzia ha accettato le primarie solo per demolire sistematicamente l'opposizione interna (Rubinato) con attacchi gratuiti e scriteriati. L'apparato si è esibito in tutto il suo grigiore.
Poi, la campagna elettorale vera e propria. Invece che mettersi al livello dei veneti, il PD ha proseguito nella sua narrazione: una narrazione magari bella, interessante, ma che in pochi hanno ascoltato. I Veneti erano sintonizzati su un'altra frequenza: bastava leggere le bacheche per accorgersene. Si è tentato in extremis di toccare il mantello taumaturgico di Renzi, per attirare l'effetto 40% e fare di queste regionali una ripetizione delle europee 2014. La realtà è che dovevano prendere in considerazione le comunali padovane 2014. Gli stessi identici errori.
Nel frattempo la narrazione continuava: continui post su Facebook dei candidati. La guerra delle preferenze, i commentacci, gli slogan (che a lungo andare si ritorcono contro). L'assoluta sordità e cecità dal primo dei candidati all'ultimo dei volontari.
E così Zaia rivince, stravince. La Moretti riesce a fare peggio persino dell'opaco Bertolussi, che ripetiamo, andò da solo contro la corazzata berlusconiana in uno degli ultimi anni di luna di miele di Berlusconi con l'Italia. E oggi invece prosegue - seppur in tono minore - la luna di miele di Renzi. Il renzismo si può sintetizzare con la formula "antipatia vincente": la Moretti del renzismo ha preso solo l'antipatia.
Questa campagna elettorale è l'ennesima dimostrazione che prima di parlare al popolo bisogna ascoltarlo. Perché ci sarebbe tanto di cui parlare: legalità, sicurezza, ambiente, lavoro, riqualificazione, umanità. Soprattutto umanità.





sabato 28 marzo 2015

Il diritto di fare gli scemi

Ne vogliamo parlare seriamente?
Scene di questo tipo ne avrò viste a decine ai miei tempi.
Di fronte alla cronaca che scorre, di fronte a un mondo che ci bombarda di violenze, stragi e attacchi alla dignità dell'uomo, i ragazzini delle medie hanno solo una risposta: il gioco, la presa in giro, la dissimulazione. Ho fatto le medie con la guerra in Kosovo in atto: i caccia americani partivano da pochi chilometri di distanza per bombardare Milosevic e compari. Ricordo battute, ricordo ricostruzioni fantasiose di "cosa facciamo se la guerra arriva da noi"? Non parliamo poi dell'11 settembre, dei canti parodistici da Domenica delle Palme in cui "Osanna Figlio di David" diventa "Osama figlio di...". Nessuno di noi è diventato terrorista, guerrafondaio, militante di qualche forma di estremismo o malato mentale.
I ragazzini delle medie, finché non passano al bullismo, alla sopraffazione, alla cattiveria capace di distruggere l'esistenza ai loro coetanei, hanno il sacrosanto diritto di essere un po' scemi.
Di che stiamo parlando?
Ah sì: ecco di cosa stiamo parlando.
Dei telefonini. Una scenetta ridicola, stupida, ma confinata in una stanzina fatta da due pirla e vista da altri due pirla restava lì. Ora, con un giro di whatsapp raggiunge migliaia di persone. Travalica confini e distrugge reputazioni. Crea "casi di studio" per psicologi, tuttologi e opinionisti.
Alle superiori, in un'ora di educazione fisica, giocavo con altri compagni a squash, prendendo a pallonate un muro esterno del Tito Livio. Erano i tempi del "Caso Scafroglia", con "I Fascisti su Marte" di Guzzanti. Da 16enne scemo qual ero, attorniato da altri tre-quattro 16enni scemi, mi divertivo a fare la "cronaca fascista" di quell'esibizione in perfetto stile Guzzanti. Ricordo solo le risate. Nient'altro. Ci fosse stato uno smartphone, forse, non ne avrei un ricordo così sereno. Anzi, forse, magari con le "giuste" condanne e le "giuste" segnalazioni sarei potuto essere punito o sospeso. Una macchia che - forse - avrebbe potuto condizionare molto in negativo una persona come me.
Il problema dunque non è la "stupidità" insita nel tredicenne. Ma il jpeg che la immortala per sempre, condannando il suo autore a portarsi attaccato in fronte, per lungo tempo, quel singolo atto. Non più "chi sei" ma il "che cosa hai fatto".
Stiamoci attenti. E prima di condannare questi "bomber" prepubescenti, ricordate che cosa avete fatto voi, alle medie.

domenica 1 febbraio 2015

Gli occhiali di Dio

Gli occhiali di Dio

Volgeva al termine il convegno internazionale dell’occhialeria.
Per cinque giorni mega-industriali del settore, stilisti, medici, inventori e rappresentanti sindacali avevano ascoltato le prolusioni dei massimi esperti mondiali nel campo dell’occhiale. Il mercato delle lenti a contatto, concorrente per tutti indigesto, per la soddisfazione generale sembrava essere entrato in una crisi davvero irreversibile, mentre le montature alla moda prodotte in particolar modo in Italia riscuotevano un successo senza precedenti. La nota stonata era che era impossibile, in quella fase, alzare i prezzi per aumentare i ricavi: i clienti non l’avrebbero accettato.
Ogni anno il convegno veniva ospitato presso la sede di una diversa multinazionale, in una sorta di accordo a rotazione che faceva tutti contenenti. Quell’anno toccava alla mega produttrice di occhiali che ha sede nelle valli delle Dolomiti bellunesi. Ma se così tanta gente, da tutto il mondo, aveva deciso si abbarbicarsi a millecento metri d’altezza per sopportare ore e ore di rapporti, slides e presentazioni, lo aveva fatto per un motivo semplice: le conclusioni del convegno sarebbero state tratte da uno dei più grandi maestri della storia della produzione degli occhiali.
Di lui si sapeva poco: aveva sicuramente più di 80 anni, forse quasi 90, ed era ormai quasi completamente cieco. Dopo una vita tra le università di tutto il mondo per insegnare e studiare i segreti dell’ottica, si era ritirato in una baita isolata al centro di un’ampia valle, dove, forse per sincera passione, forse per non rassegnarsi a morire, con i suoi pochi vecchi strumenti, continuava a costruire montature per occhiali. Le più belle al mondo. La multinazionale, che le acquistava a caro prezzo, le riservava solo a multimilionari, teste coronate e piloti di Formula 1.
«L’occhio umano è un vero miracolo. Per molti è la dimostrazione del “disegno intelligente” nell’evoluzione, una chiara impronta di Dio nella creazione perché ci accorgessimo di Lui. È vero, secondo voi?». Iniziò, curvo su sé stesso, quasi sputando sul microfono del lussuosissimo centro congressi. Era ovviamente una domanda retorica. Tutti annuirono. Qualcuno arrivò ad applaudire sbracciandosi facendo tintinnare il suo rolex.
«Sbagliato!», li sgridò con forza. «Il nostro occhio è un’autentica schifezza, capace di filtrare solo un briciolo, un infinitesimo della realtà che ci circonda. Lo spettro che vediamo comprende onde luminose che vanno dai 390 ai 700 nanometri. Se consideriamo tutte le frequenze, le onde, e i fenomeni che avvengono in natura, quello che i nostri poveri e ciechi oggi riescono a scorgere non è che una pagina, un indice, di un’opera infinita».
La platea era impietrita. Solo il mega-patron della multinazionale, in prima fila, gongolava tra sé e sé.
«La nostra vocazione – continuò il vecchio, sempre chino su sé stesso, guardando il tavolino di plexiglass che aveva sotto di sé – è quella di ridare la vista a chi non vede. Mi dispiace signori, ma dopo settant’anni di questo mestiere ho capito che noi non siamo all’altezza di questo compito». La sua voce tradiva l’amarezza di una vita.
«Possiamo solo restituire le poche diottrie che malattie, piccole malformazioni o la semplice vecchiaia tolgono alle persone. Il fatto è che se parliamo di vista, tutti noi siamo pressoché ciechi. Non potremo mai far vedere ai nostri clienti la realtà che li circonda com’è davvero. Perché la osservino, per una volta, con la chiarezza con cui la vede il Creatore».
Si pulì gli occhiali spessi a collo di bottiglia, si soffiò il naso, e riprese a parlare.
«Mi domando spesso quante diottrie abbia il Creatore. Se ci limitiamo al mondo fisico potrei azzardare qualche decina di milioni, soprattutto se confrontate con le nostre misere dieci. Ma se ci espandiamo al mondo spirituale, direi che le sue diottrie possano rientrare nell’ordine di qualche centinaia di miliardi».
In fondo alla sala congressi un giovane oculista norvegese, che ascoltava con un paio di cuffie la traduzione simultanea, osò ridere rumorosamente, ma fu fulminato dagli sguardi di chi lo circondava.
«Ebbene… Il Creatore ha una visione della realtà totalmente diversa dalla nostra. Vi ricordate il mito della Caverna di Platone? Qualcosa del genere. Però noi non siamo delle ombre di idee eterne, assolute e immutabili».
«Siamo noi quelle idee eterne, assolute e immutabili». E sbatté la sua mano rugosa con forza sul plexiglass, tanto che qualcuno pensò si fosse scheggiato. «Se solo vedessimo la realtà con gli occhi del Creatore… Se solo potessimo vederci con gli occhi del Creatore…». Sbuffò.
Rimase in silenzio qualche istante, poi riprese: «Fortunatamente, non siamo sempre limitati dalle nostre misere diottrie. Altrimenti saremmo come gli animali, o le piante. No, no. Il Creatore ogni tanto ci fa trovare sul naso, quasi per magia – o per miracolo – degli occhiali di sua fabbricazione. Sì, sì, sento in fondo voi là che ridete… Ma avete avuto anche voi, sicuramente, in alcuni momenti della vostra vita, la prova di quello che vi sto dicendo».
«A volte ci vuole un po’ perché questi occhiali – come quelli che produciamo noi – ingranino davvero. Perché mettano a fuoco l’oggetto. Con questi occhiali speciali, il cui brevetto è tenuto segreto dal Creatore, sarete in grado di vedere una piccola parte di realtà – una passione, un’idea, un paesaggio o una persona – per quello che è davvero. Solo che questa passione, quest’idea, questo paesaggio o questa persona non la scegliete voi. Il Creatore ha calibrato questi occhiali perché filtrino solo una piccolissima parte della realtà, perché se no la nostra testa esploderebbe. E li ha dotati di un potenziale di ingrandimento minimo, perché altrimenti sarebbe il nostro cuore ad esplodere».
«Quando qualcosa conquista completamente la vostra attenzione, quando un ideale vi spinge a compiere azioni e imprese che non avreste mai immaginato, quando vedete negli occhi di un’altra persona un oceano di bellezza… non sono illusioni. È così che sono realmente».
Tossì più volte, si schiarì la voce, mentre tra il pubblico era piombato un silenzio maestoso.
«Non sempre le passioni danno frutti positivi. Non sempre gli ideali fanno conseguire glorie e trionfi. E non sempre i grandi amori vengono ricambiati… Tanti giovani ottici mi hanno domandato se non sia meglio togliersi quegli occhiali, che il Creatore a volte ci mette con forza se non addirittura con violenza. Perché – lo so bene io che vedo il sole sorgere ogni mattina – troppa luce fa male. Troppa luce può accecarci…».
«Sì. È possibile», continuò, «possiamo, anche se a fatica, toglierci questi occhiali speciali. Ma ne vale davvero la pena?».
Si alzò, sorridendo per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare: «Il mio consiglio è semplice. Mai, mai avere paura della luce. Anche quando fa male. Anche quando vi acceca. Fuggite il buio. Anche quando vi consola. Anche quando sarete tentati di nascondervi in esso».

E prima di tornarsene nella sua baita, si lascio sfuggire: «Dicono che un falegname con milioni di miliardi di diottrie, qualche anno fa, vide così chiaramente il mondo che si decise a salvarlo…».

martedì 13 gennaio 2015

Provvidenza. Il perché di una strada.


Devo una spiegazione a chi in queste ore mi vede esplodere di contentezza.
Febbraio 2002. Un ragazzino timido e introverso, dotato però di quintali di fantasia, dopo mesi di tentennamento e paure ataviche decide di rompere le scatole al papà per avere un computer nuovo dotato di accesso ad Internet. Questo ragazzino va benino a scuola, ma non è un mostro come il compagno di banco Paolo Fania. Fa il catechista, attività che gli piace molto, ma non osa diventare anche animatore ACR perché teme il contatto con i coetanei, considerati troppo "chiassosi e casinari". Il futuro per lui è un'incognita. "Alle medie dicevano che avrei potuto fare l'avvocato perché parlo tanto". Si ripete. E allora? Giurisprudenza? Scienze Politiche? Altre idee nebulose da seguire? Forse. Ma nessuna di esse è colorata di quel verde speranza che connota ogni sogno degno di tal nome.
Quel ragazzo teme Internet. Ha paura di diventarne dipendente, e che il tempo sottratto agli studi lo renderà un fallito, perché tutti lo sanno: un 5 in un'interrogazione di filosofia in prima liceo (classico) non solo ti impedirà l'accesso all'Università, ma ogni ipotesi di felicità futura. Ma alla fine i videogiochi on line descritti sempre da tal Fania vincono ogni resistenza e quel PC arriva. Internet non funziona per un mese abbondante. Poi parte, magicamente, la domenica delle palme del 2002.
E quel ragazzo non peggiora il suo rendimento scolastico, semplicemente, inizia a scoprire il mondo filtrato dal modem. Prima il web era una "toccata e fuga" dal laboratorio del Liceo Classico Tito Livio(come non ricordare il sito della WWF quando ancora si chiamava così). Ora c'erano i tempi dell'approfondimento.
All'epoca funzionano i newsgroup. La gente, per non tenere il telefono occupato ore e soprattutto per non spendere tonnellate di nuovi euro (ex-vecchie lire) in bollette, navigava con outlook. Scaricava tonnellate di mail e poi chiudeva tutto.
Il ragazzo adora gli anime, i cartoni animati giapponesi. Soprattutto Ranma, trasmesso dalle Tv locali. La storia di un giovane maestro di arti marziali che diventa donna se si bagna con l'acqua fredda. Una storia comica, demenziale, imperdibile se hai 16 anni.
Il giovane del Tito Livio, che ricordiamo, è anche molto sovrappeso, si imbatte in un archivio di fanfiction. Storie comiche, demenziali, che collegano i personaggi dei cartoni ai protagonisti dello sport, della politica, dell'attualità, generando ore e ore di divertimento e di fantasia. Il ragazzo è colpito soprattutto da un autore, il primo e il più importante. Dalla mail capisce che è dell'Università di Padova, come tre quarti dei giovani del Nordest, e che ha scritto a metà degli anni '90. Il suo stile lo colpisce. Ricorda Benni, ma non è Benni. Crea situazioni fantastiche, geniali, satiriche e allo stesso tempo umoristiche oltre ogni misura. Quell'autore lo conquista non solo perché è il migliore, ma perché non si pone limiti. I personaggi si incontrano tra loro, mondi diversissimi vengono a cozzare. Impazzisce per la commistione di generi e di situazioni. E allora, il 5 maggio 2002, allietato dalle lacrime di Ronaldo che decretano lo scudetto per la sua Juve, inizia a digitare tasti a casaccio. Lo farà per tutta l'estate. E questo ragazzo dà vita a mondi paralleli.
I primi file di testo (Word no, Word troppa confusione) ricalcano la punteggiatura e lo stile di questo autore. Ci sono errori giganteschi, enormi, di ortografia, oltre che di grammatica. Il lessico è un disastro, povero come il Ministro del Tesoro greco. Ma migliora, giorno dopo giorno. Il ragazzo, che ha sudato un'estate in palestra perdendo una quindicina di chili, quando torna a scuola è un altro. Inizia a prendere qualche 9 nei temi d'italiano, quando prima prendeva solo qualche 6. "Fa" si scrive senza apostrofo. Il congiuntivo non è una malattia dell'occhio ma un modo verbale. E così via.
Ma il cambiamento più grande è nella testa. Capisce che forse ha trovato qualcosa che gli piace davvero. Scrivere. E questo gli dà sicurezza in ogni campo della sua vita.
Nel novembre 2002 il suo professore di italiano, consegnandogli un tema satirico valutato con un 9, gli mette una mano sulla spalla e prorompe: "Sicuramente ti farai strada in questo campo". La rotta viene tracciata. E resterà quella.
Certo: tempeste, disastri, naufragi si susseguono. Ma non ci sono dubbi sulla scelta del percorso di studi. Non ci sono dubbi, per quel ragazzo, sul fatto che pigiare tasti su una tastiera sia la cosa più bella del mondo. Aspettare le reazioni. Gradire un complimento e arrabbiarsi per una critica ritenuta - forse troppo - ingiustificata. Spingersi con la fantasia creando scenari assurdi e proprio per quello unici, anche nel commentare qualcosa di così banale da far venire il latte alla ginocchia.
Non sa per chi scriverà. Sa che scriverà. Romanzi, articoli, storie, interviste, comunicati stampa, testi per trasmissioni radiofoniche, sms, newsletter, tweet. Basta dar vita alle parole. Il suo animo cattolico lo porta in una certa direzione, mediatica-comunicativa, che non tradisce in alcun modo quella spinta fantasiosa. Anzi. Il ragazzo si pente di non aver messo abbastanza passione e sogno in quella sua voglia di creare, come il Padre nella Genesi, abbastanza mondi dal nulla di una schermata bianca.
L'autore misterioso, il motore immobile che ha dato il via a questa deprecabile serie di eventi, resta tale per 15 anni. Il ragazzo, specie all'inizio, prova a contattarlo per mail, ma riceve in cambio solo messaggi di errore. Poi se ne dimentica, anche se ogni giorno segue il moto innescato da quel motore. Se nel frattempo, in California, un ragazzotto ebreo non avesse creato il Moloch dal quale state leggendo questa storiella, probabilmente tutto sarebbe finito qui. E invece no.
Perché nel gennaio 2015, il ragazzo, che aveva già avuto in passato alcuni sospetti, chiede su Facebook l'amicizia a un signore dal nome inequivocabile che trova per caso.
E' uno del posto. Abita a pochissima distanza da lui. Uno sceneggiatore che scrive un film non si inventerebbe mai un colpo di scena così incredibile, per l'appunto, non credibile. Perché in un paese di 60 milioni di abitanti è statisticamente impossibile che un nome anonimo da internet che senza volerlo ha indirizzato nel verso giusto la tua vita appartenga ad uno del tuo paesello, che conta per lo più poche migliaia di abitanti. E invece questo avviene. Mi presento. Forse il signore nemmeno ci crede. Probabilmente i ricordi di quelle storielle sono più annebbiati per lui che per il ragazzo, ormai alle soglie dei 30 anni. Ma si dichiara sorpreso e incuriosito, anche perché forse per lui quelle storielle erano un divertissement simpatico e una pietra miliare dell'esistenza. Inutile fare dei complimenti: il ragazzo si limita a dire grazie. Un grazie al signore, fantastico autore di fanfiction degli anni '90, e un grazie alla Provvidenza, che dalle piccolissime cose ti mette sempre nella strada giusta, a volte pure prendendoci un po' in giro.

mercoledì 25 dicembre 2013

Auguri a tutti!

Auguri a tutti!
Auguri a questo blog, rinato due mesi fa con tutti gli entusiasmi di questo mondo e morto nuovamente sotto una mole gigantesca di lavoro. E grazie a Dio che ogni tanto c'è.
Auguri a me, che me lo merito, anche se di "Attimi di Pace" non ne vedrò durante queste "vacanze" di Natale. Sottolineo le virgolette. E grazie a Dio.
Auguri alla natura che mi circonda, auguri alla pioggia che ci minaccia come sempre, come da suo hobby e auguri al dissesto idrogeologico sintomo superficiale di un dissesto interiore della civiltà italica.
Auguri ai terroristi de IlMeteo.it, secondo le cui previsioni dovrebbero esserci come minimo quattro alluvioni, tre terremoti e due invasioni aliene ogni sei mesi.
Auguri a Papa Francesco, che scalda i cuori e auguri a chi - come me - forse si stanno lasciando prendere un po' troppo dall'entusiasmo verso il leader carismatico e magari - per colpa unicamente loro - perdono di vista il Messaggio abbagliati dalla luce del Messaggero.
Auguri ai giovani "freschi" dell'Azione Cattolica di Roncaglia, totalmente diversi dai giovani "stagionati", che devono trovare - e forse già lo stanno trovando - un loro stile, di cui siano loro i padroni e gli artefici. Indipendenti e liberi come solo le belle notizie possono essere.
Auguri alla mia apprensione su tutto, che mi impedisce di godermi tutti i momenti lieti ma che mi ricorda costantemente le cose importanti della vita.
Auguri alle mie debolezze, che mi ricordano che sono umano.
Auguri al mio perfezionamento interiore, ai miei passi da gigante in più scacchiere dove si gioca la partita della vita, solamente a patto che non mi facciano sentire, nemmeno per un momento, migliore degli altri, povero di carità e dunque triste e depresso come il fratello maggiore della Parabola.
Auguri al mio lavoro, anche se più che di lavoro ormai si può parlare di cammino. Soprattutto da parte di uno che ha fatto il gravissimo ma sublime errore di confondere il lavoro con la vocazione, gli ideali con la professione, la missione con il mansionario. Ma è quel tragico e sublime disastro che ti fa serenamente svegliare alle sei e andare a letto all'una pur di lanciare un messaggio.
Auguri ai miei amici, che sempre più posso chiamare tali.
Auguri a quell'intuizione rimasta tale.
Auguri a Gesù, a cui mi rivolgo sempre troppo razionalmente, come l'ingegnere scemo che vorrebbe riassumere la bellezza di un rustico di campagna in due calcoli sulla stabilità strutturale dell'edificio.
Auguri agli animati/educati da cui ormai - da anni - si impara più di quello che si "insegni". Anche se il termine, in contesti di AC, grida vendetta al cospetto dei cieli.
Auguri ai fiocchi con cui abbiamo tappezzato Roncaglia per annunciare una nascita. Soprattutto a noi stessi. Soprattutto a me stesso. Sempre per il discorso dell'ingegnere di prima.
Auguri alla politica, perché la smetta di indorarci la pillola, e auguri all'Europa, ormai unica patria a cui mi sento di appartenere (oltre alla Santa Sede, ovviamente).
Auguri a tutti, perché tanto fra cento anni saremo tutti morti. Ma soprattutto auguri a tutti, perché fra cento anni saremo sì tutti morti ma non saremo morti davvero. Il bimbo di Betlemme non lascerà svanire di noi manco una lacrima, figuratevi il resto.