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domenica 15 febbraio 2015

Vi prego, non chiamiamolo più "Festival della Canzone Italiana"



"Ti lascio una canzone" è indubbiamente il più grande obbrobrio della Tv Italiana, peggio dei reality, dei soft-porn, di tutte le boiate che ci hanno propinato in questi vent'anni.
E' un programmino che sa di recita scolastica andata a male, con un tocco morboso tipico di chi fa cantare canzoni amorose ed erotiche a bimbi e bimbe di otto anni. Ebbene, i prodotti di questa cloaca televisiva hanno vinto il Festival di Sanremo.
Ed è un peccato, perché l'edizione targata Carlo Conti non era manco malaccio, soprattutto per i meriti del suo conduttore. In un panorama di buone, se non ottime canzoni, il pezzo de "Il Volo" è un'accozzaglia di esercizio canoro che fonde Claudio Villa ai ritmi sempre uguali del pop latino sudamericano. Parole vuote, che non comunicano il senso della canzone né ci tengono a farlo: "Amoreeee, Amooreeee". E basta.
Il nulla. Se avesse vinto questo Festival Platinette sarei stato cento volte più contento, perché quella di Coruzzi è una canzone. Quella de "Il Volo" è una esibizioncina da karaoke del venerdì sera.
Pensavamo di avere toccato il fondo con Scanu e Carta. E invece no, perché dopo il fondo si può addirittura scavare. E quando scavi il fondo raggiungi l'inferno, dove domina il vero Satana della tv italiana: Antonella Clerici, la tele-massaia simbolo dell'Italia colloquiale priva di ogni benché minima traccia di talento che si crogiola nella sua mediocrità e palese incapacità.
Facciamoci un favore: non chiamiamolo più "Festival della Canzone Italiana". I Vecchioni stanno diventando un'eccezione. Chiamiamolo "Festival dei reality di mediolandia".

domenica 3 novembre 2013

"Ci pensa Rocco". No, guardi, grazie, facciamo da soli.

Nella tragedia della Tv ormai priva di idee, assistiamo nell'ultimo periodo alla proliferazione di due generi soltanto: i talk show politici e la Tv verità.

Per i primi la ricetta è facilissima: prendi dei giornalisti che hai assunto a tempo indeterminato. Ti costano uguale sia che lavorino tre ore per realizzare un servizio di cinque minuti intervistando il premio Nobel Ciccio Pistacchio o documentando la crisi della fabbrica di formaggio della sora Gina, sia che rimangano fermi a fare domande prestampante, limitandosi ogni tanto a scuotere la testa mentre, seduti su comode poltrone e ripresi da qualche telecamera fissa, il sottosegretario X, il vice-portaborse dell'onorevole Y del partito Z, il notista politico della rivista A, la starlette B e il polemista dalla parolaccia pronta C dubitano a vicenda della moralità delle mamme altrui parlando di contraffazioni alimentari, tasse sulla prima casa che cambiano nome più volte di Snoop Dog e della farfallina di Belen.


In America c'avranno pure tanto trash. Ma hanno anche 'sto omino qui, Stephen Colbert.
Dio lo benedica.

Il risultato sono parole, parole, parole. Parole capaci di coprire pure i - pochissimi - fatti che ci sono rimasti. Le agenzie rilanciano le dichiarazioni, le dichiarazioni diventano fatti, i fatti spariscono. Tutto è relativo, nulla di certo esiste. E il caro Benedetto XVI, nel suo convento di clausura in Vaticano, che ci aveva avvertito della dittatura del relativismo, ci guarda da distante, sospirando e scuotendo il volto, verso una nazione dove pure le cifre, i dati e i fatti diventano relativi.

Le Tv puntano sulla quantità, perché, in tempi di crisi...




L'altro genere è quello della Tv verità.
E anche per questi, la ricetta è - apparentemente - facile. Prendi una troupe e segui qualcuno.

I migliori sono quelli di Discovery, History e tanti altri "channel". Telecamere fisse su gente che lavora. Allora abbiamo il documentario sui boscaioli dell'Oregon, sui pescatori di granchi dell'Alaska, sui camionisti dell'Alaska, sui cercatori d'oro dell'Alaska, perché ormai l'Alaska è una succursale di Los Angeles quanto a produzione di intrattenimento. E poi abbiamo i simpaticissimi adattatori italiani per i quali ogni titolo deve contenere necessariamente la parola Affari.

Affari di famiglia, Fratelli in Affari, Affari Sporchi, Affari di frontiera, Affari a tutti i costi, Affari al buio, Affari qua, Affari là, che ti vorrebbe voglia di afferrare un affare da un affarista, perché, se non afferrano, gli afferri gli affari. E non sarebbe un grande affare.

Il protagonista di Affari di Famiglia. "La Sacra Sindone? Mmhh. C'è poco mercato. Ti do 100 dollari".

E' bellissimo. Un tempo, negli anni '80, la gente lavorava tutto il giorno poi andava a casa a vedere, in Tv gente che non faceva nulla e si lamentava perché essi non lavoravano. Ora invece, che non lavora più nessuno, la gente passa tutto il giorno davanti alla Tv a vedere gente che lavora e si lamenta perché quelli lavorano e loro no.

Comunque, questo giramento di format e affari colpisce anche le - poche - produzioni italiane, che puntavano molto più su un altro format. Quello del tipo bravo, famoso, esperto che ti viene in casa per risolverti un problema angosciante che t'attanaglia la vita domestica.

C'era il messicano che veniva ad insegnarti a tenere a bada il cagnolino. Ci sono le vecchiette con fare nazista, quelle della pubblicità della cioccolata, che ti insegnano a tenere a bada i marmocchi distruggendoli psicologicamente. Ci sono quelli di Real Time che ti risistemano il tavolino, il guardaroba, la casa stessa.

E, adesso, c'è Rocco.

Rocco sbarca sulla Tv generalista. Magari la volta dopo a farlo sarà Jason, quello dei film horror. 

Sì, Rocco Siffredi, il famoso pornoattore, uno dei pochi a superare la breccia che separa l'intrattenimento per adulti (e per adulti intendiamo adolescenti di ogni età che devono ancora crescere per davvero) da quello dei media generalisti. Noto anche a chi la pornografia non la segue. Sì, persone così esistono, e sono molto più numerose di quello che l'opinione pubblica decadente afferma, mentendo come al suo solito.

Insomma, in questo format per famiglie del canale Cielo (vetrina free dell'impero Sky di Murdoch) il buon Rocco va casa per casa, tipo testimone di Geova, per risolvere problemi di coppia. Il suo compito sarà quello di insegnare ai coniugi Brambilla, nei vortici della crisi del settimo anno, non tanto come fare all'amore (mi piace 'sta formula), quanto a ritessere un vero rapporto di coppia, ad amarsi di nuovo, a coccolarsi, a vedersi preziosi l'uno con l'altro. Rocco, infatti, secondo i geni che hanno curato la conferenza stampa di presentazione dell'evento, sarebbe un maestro dell'amore - ripeto, maestro dell'amore - che tutto il mondo ci invidia.


No comment.

Mi immagino già gli stessi autori che faranno un reality dove un gruppo di obesi a livello terminale entrano in una fattoria per dimagrire aiutati dall'esperto Giuliano Ferrara, o un altro dove alcune coppie di tipi incazzosi come iene selvatiche ricevono lezioni di calma da parte del serafico Vittorio Sgarbi.

Siamo lì.

Non vi farò la supercazzola della società decadente, dove i valori di una volta ormai non esistono più e del si stava meglio quando si stava peggio.

L'intera storia dell'umanità è un susseguirsi di miglioramenti e peggioramenti, dove i costumi variano a fasi cicliche.

Ma di fronte a bestemmie così grosse ovviamente non ci si può che inalberare.

Che ha fatto il signor Siffredi per essere considerato un "maestro dell'amore"?

"Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto nel nostro tempo,
l'ingegno umano è riuscito, con l'aiuto di Dio, a trarre dal creato,
la Chiesa accoglie e segue con particolare sollecitudine[...]
la stampa, il cinema, la radio, la televisione e simili.
A ragione quindi essi possono essere chiamati: strumenti di comunicazione sociale."
Inter Mirifica
(Concilio Vaticano II)

(Il contrasto tra immagine e testo è voluto).

Nulla, semplicemente copulare di fronte a una telecamera quasi tutti i giorni negli ultimi trent'anni con migliaia di donne di ogni tipo e di ogni età (a volte pure uomini, ho letto), in ogni modo e per ogni apparente motivo. Gli basta questo per essere considerato un "maestro dell'amore"? E di quale amore parliamo?

Non tirerò fuori la Deus Caritas Est, per carità. Non mi nasconderò dietro al Magistero come il ragazzino occhialuto e timido si nasconde dai bulli dietro all'amico alto un metro e novanta che gioca a rugby.

Mi appiglierò al senso comune.

E questo senso comune ci grida a tutti - a tutti - che un conto sono le prestazioni atletiche delle quali il signor Siffredi certo non latita, un conto è l'amore. Quello vero. Che non si insegna. Ma si ascolta. Si segue. Si abbraccia.

Il signor Siffredi che insegna l'amore è come il signor Pacciani che insegna la non violenza.

Lezioni d'amore? Invitate me, a casa vostra, care coppie in difficoltà. Vi metto su
i 26 episodi di Conan Ragazzo del Futuro. Non si danno manco mezzo bacetto,
ma di Amore vi insegneranno più Conan e Lana di tutta la filmografia del signor Siffredi.

Anche il più accanito consumatore di pornografia non desidererebbe che la figlia - che non avrà mai in quanto accanito consumatore di pornografia - seguisse le orme di Cicciolina o Moana Pozzi. Perché il sesso può essere una delle cose più belle di questo mondo, ma i signori pornografi lo hanno ridotto a merce. Hanno distrutto l'eros derubricandolo ad oggetto di consumo. Lo hanno svuotato, come una zucca di Halloween, scavata della polpa per ridurla a uno scheletro che sorride spettralmente.

E no, non resterò qui a dirvi che la pornografia fa male, che il mondo della pornografia è marcio e chi guarda pornografia si riduce a una larva d'uomo e di donna.

Semplicemente me ne starò in piedi bello calmo, cartello in mano, nella piazza Tienanmen dei media italiani, mentre i carri armati della cultura del nulla avanzano di qualche altro metro.

venerdì 1 novembre 2013

Elogio di Jessica Fletcher

Non gli pareva vero.

Le budella di Tommaso Pepi, quando si è trovato di fronte su Google +  al post chilometrico in cui demolivo la signora del West etichettandola come liberal chic frantuma-gonadi, sono ribollite peggio dei cotechini precotti da 8 euro. E lo hanno costretto a prorompere con una pia richiesta:



"Faremo". Così ho scritto, trainato dall'entusiasmo, quando mi sono accorto che qualcuno mi aveva fatto il più uno su Google +. E me ne sono accorto solo quattro giorni dopo dato che su Google + c'è meno gente che alle repliche dei film neorealisti nei polverosi cinema d'essai di città.

"Faremo".

No, caro Tommaso. Riprendo le redini di me stesso. Non lo farò.

Se ti aspetti un articolo umoristico, pieno di battutacce sul fatto che Jessica Fletcher abbia fatto più vittime del vaiolo e dell'ebola messe insieme, resterai deluso.
Se desideri che spernacchi la rustica Cabot Cove, cittadina del Maine sull'Atlantico filmata però sulle sponde del Pacifico dall'altra parte dell'America, probabilmente dovresti leggere qualcos'altro.
Se sei in attesa di insulti allo sceriffo papà di Richie Cunningham, al medico che fa più autopsie di vaccini anti-influenzali, mi secca doverti dare questo dispiacere.

Jessica Fletcher è l'unica che è riuscita a mandare al gabbio pure Magnum P.I.

Farò qualcosa di estremamente controcorrente per la cultura internettiana media, e per una volta, andrò incontro alle vecchiette e alle signore di ogni età che ormai conoscono a memoria gli episodi battuta per battuta come le reghezzine snocciolano i testi delle canzoni di Giustino Biberon.

Amo Jessica Fletcher. La adoro.

E no, non sto parlando in generale del telefilm, ma proprio della donna Jessica Fletcher, in gioventù capace di scacciare, da sola, a bordo di una scopa volante, l'avanzata dei nazisti in Inghilterra.


La vera ragione della sconfitta di Hitler.

Primo punto: non è vero che Jessica Fletcher porti sfiga. Sì, nel telefilm avvengono omicidi a nastro, la piccola Cabot Cove è praticamente stata decimata da mogli gelose, colleghi invidiosi, genitori addolorati in cerca di vendetta.

Ma quello che noi profani leggiamo come un affresco quattrocentesco di stampo siciliano "Il Trionfo della Sfiga" per Jessica è il trionfo dell'ingegno. La gente a Cabot Cove si squarta solo perché nel mare di sangue e budella il vascello della Fletcher veleggi verso nuovi orizzonti di gloria.

Particolare de "Il Trionfo della Sfiga". Lo trovate al Palazzo Abatellis, a Palermo.

E' comunque nell'ordine naturale delle cose che alcuni, in particolare donne, vadano pazzi per le disgrazie. E dunque costoro non possono non vedere in Jessica un'eroina, capace di catalizzare i peggio cataclismi su di sé. Ma la compunta signora Fletcher sovrasta queste logiche terrene da voyeurismo del dolore.

A differenza della sua collega di palinsesto Michaela Quinn, Jessica Fletcher non giudica, non critica, non rompe le balle, sebbene sia molto più tradizionalista e "british". Anzi, è proprio quel suo essere "british", quel fare controllato e cortese che rende Jessica avanti anni luce rispetto a tante macchiette femminili del piccolo schermo.

Jessica, quando capita sulla scena del delitto, cioè sei volte alla settimana, riconosce l'autorità precostituita e l'affianca con gentilezza e comprensione. E le forze dell'ordine di ogni angolo d'America e del mondo non solo lo capiscono, ma si sentono pure onorati di poter lavorare assieme a un tale mostro sacro, perché Jessica ostenta la sua superiorità mentale e morale con i fatti, mentre con le parole sottolinea umiltà. E il poliziotto o lo sbirro di turno che non lo capisce, e la ostacola, se ne avrà puntualmente a pentire alla fine dell'episodio.

La felicità per Jessica.

Tutti vorremmo una zia come Jessica Fletcher, se i suoi nipoti e parenti d'ogni ordine e grado non venissero di volta in volta accusati di stupri, omicidi e stragi e non venissero coinvolti nei più orrendi delitti perpetrabili in natura.

Adoro Jessica Fletcher perché percorreva le più tristi pagine della cronaca nera con la sua permanente bionda, le sue chiacchiere di paese, i consigli su come tirare su i fioretti del giardino, se sul tè fosse meglio il latte o il limone e la sua inconfondibile risata finale che preannunciava, argentina, la musichetta di fine episodio.

C'aveva la faccia da vecchia pure da giovane. Qui nel "Ritratto di Dorian Gray".

Ecchissenefrega se nel corso della puntata erano in morti in tredici, fatti a pezzi con un machete e sciolti nell'acido da un folle squilibrato, perché il lieto fine, che ci trainava al TG1 delle 13.30, disegnava con colori pastello la vittoria della gentilezza di una solare vedovella inglese sulle voragini del male umano.


mercoledì 23 ottobre 2013

Le mirabolanti avventure di una simpatica impicciona ottocentesca tra saloon, prostituzione e superiorità morale.


Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

Catullo


"La Signora del West" non è altro che l'orrenda traduzione italiana del telefilm "Dr. Quinn - Medicine Woman", trasmesso ininterrottamente da Rai 1 per decenni in alternanza alla simpatica calamità naturale ambulante di Jessica Fletcher prima che all'ombra del Cavallo di Viale Mazzini qualcuno si accorgesse che una popolana alle prese con i fornelli e con l'avanzare degli anni in effetti non era poi un'idea così malvagia.

Anche dopo vent'anni il dottor Quinn continua a giudicarti e guardarti con disprezzo.

"La Signora del West", ora di nuovo in replica il pomeriggio su Rai 3 prima dei documentari sui voli dei cormorani di Geo & Geo, racconta le vicende di Michaela Queen, dottoressa di Boston che nel 1867 diventa un'improbabile eroina del Far West dopo il suo trasferimento, da parte della mutua, a Colorado Springs, villaggio che sorge nel mezzo del deserto dove vive un intero campionario di comparse degli Spaghetti Western e della zona nord di Gardaland.

Come Catullo, "La Signora del West" o lo odi o lo ami. Oppure, più raramente, come nel mio caso, lo odi e lo ami insieme.

Il punto più alto della serie. Il crossover con Fran Drescher - Tata Francesca.

Lo ami perché è tecnicamente perfetto. Siamo sì lontani dai serial della fine del decennio 2000, dai ritmi di 24 alle atmosfere di Lost. Ed è sì un prodotto per famiglie - anzi, e lo diremo più tardi - del peggior tipo di famiglie, quelle americane. Ma è fatto dannatamente bene. Alterna a una fotografia di tutto rispetto una scenografia curata nei minimi dettagli. Non siamo in teatri di posa, non si respira l'atmosfera di cartongesso tipica dei prodotti TV di quegli anni. Colorando Springs è vera e viva, ti appare con tutti i crismi della realtà.

Orson Bean, un mostro sacro in America. Ne "La Signora del West" era Loren,il burbero proprietario dell'emporio. La vera voce della ragione di Colorado Springs.

Puoi camminare tra le sue strade polverose e piene di escrementi di cavalli e riconoscere i volti uno per uno. Sebbene siano stereotipati come l'inglese e il francese delle barzellette, i personaggi di supporto sono ben definiti e rappresentati da attori di tutto talento. Dal sindaco-barbiere alcolizzato al proprietario dell'emporio finto-burbero, dall'ilare gestore del saloon-bordello al reverendo copia sputata del Jeremy Irons di "Mission", "La Signora del West" è forse l'unico esempio degli anni '90, assieme alla Springfield simpsoniana, di città televisiva dove perdersi, fare quattro chiacchiere al bar, sentire pettegolezzi e appassionarsi degli intrecci. Le sei stagioni del telefilm sono poi un tuffo nella storia americana senza precedenti: la questione indiana, l'arrivo della ferrovia, il ruolo della donna, armi e pena di morte. C'è tutto. Persino la trasferta di rito a Washington dove lo spettatore anche meno acculturato si ritrova a stringere la mano a Ulysses Grant.

Il telegrafista, Horace. In italiano, Orazio. Uguale in tutto e per tutto
ad Orazio, il cavallo antropomorfo amico di Topolino. E come Orazio
ha sposato una vacca, Clarabella, anche Orazio sposa una prostituta
del Saloon di Hank. Nelle ultime serie cade in una seria depressione, ma
a quel punto di lui non gliene fregava più niente a nessuno.

Come la si ama, trovo impossibile anche non odiare "La Signora del West". Farsi venire un chilo di bile nera e scagliare il telecomando pronunciando in pochi millesimi di secondo parole da scomunica diretta.

Perché "La Signora del West", in quegli anni a cavallo della metà degli anni '90, è spiccatamente un prodotto di propaganda. E della propaganda più becera. Mi spiego meglio.

Dopo vent'anni è rimasta uguale. Quando morirà non la cremeranno, la ricicleranno. Assieme
a duecento tappi di plastica ci realizzeranno una sedia a rotelle da donare ai disabili africani.

Michaela Queen, infatti, è il simbolo di donna emancipata dell'East Side (viene infatti da Boston) che si avventura a suo rischio e pericolo nel più profondo e selvaggio West. Simbolo estremo dell'ideologia liberal di stampo clintoniano, si è rivestita di una missione educatrice e civilizzatrice nei confronti dei suoi nuovi compaesani, e dunque, di riflesso, alla casalinga di Wichita e al contadino di Tyler che la seguono, settimana dopo settimana, in TV. Michaela Queen (Jane Seymour) è una fondamentalista: parte in quarta e non la ferma più nessuno. Certo, le sue cause sono riconosciute universalmente come buone, al giorno d'oggi: è lei che libera alcune prostitute di Hank, è lei che lotta contro il Ku Klux Klan che vuole impiccare il maniscalco di colore, è lei che lotta per i diritti degli immigrati svedesi ed è sempre lei che cerca di nobilitare in quel paese di cercatori d'oro, ladri di bestiame, prostitute e avventurieri il ruolo della donna.

Lei, lei, lei. Sempre lei.

Lei che ha il suo boytoy d'ordinanza, il succube mezzoselvaggio Sally (interpretato da un taciturno Joe Lando) che pare uscito dalla copertina di un romanzo erotico per donne. Lei che plasma a sua immagine e somiglianza i figli adottivi - a partire da Brian, il piccolo biondino, l'emblema del bravo bimbo americano, che ho sempre chiamato come "Il Merdina". Inutile come una lapide a Pasqua.

Il Merdina in tutta la sua gloria. Dopo aver fatto i compiti, è pronto per la merendina. Poi aiuterà
le vecchiette ad attraversare la strada. L'anti-Bart Simpson per antonomasia.

Michaela Queen è un'apostola solitaria. E' l'Oprah Wimphrey dei cowboy.

E non puoi non sognare che uno dei tanti banditi da spaghetti western alla Mario Brega la rapisca, la leghi, la carichi sul cavallo e la posi delicatamente sulle rotaie del treno a vapore pochi minuti prima del passaggio del diretto Denver-Colorado Springs.

Perché Michaela Queen è l'apoteosi della rompicoglioni. Non per le idee che ha, ma per come le propone. In lei non c'è dialogo, ma la spocchia tipica di una cultura liberal che riemerge spavaldo dopo dodici anni di cultura Raeganiana dominante, che si reca dai redneck per offrire loro, come un dono dal cielo, l'unica verità possibile. La sua. Michaela Queen è la personificazione della spocchia e di un senso di superiorità che contribuirono non poco a far sprofondare il paese nel dominio dei Bush.

Impossibile, dunque, nel paesino del Far West dominato dalla dittatura dell'illuminata spaccamaroni, non fare il tifo per i retrogradi, ma intellettualmente onesti, ladri di bestiame.


L'allegra famigliola al completo. Finché tifo non vi separi.